La testa
Ho
tolto via il casco per sentire l’odore del grano nei campi. Il mio
ospite è un vecchio prozio che non vedo da quando avevo le rotelle
alla bici.
Sono stanco di fare il cronista e vorrei provare a scrivere un romanzo, ma ho bisogno di uno spunto. Mi è riaffiorata alla mente una storia accaduta prima che nascessi.
Me ne parlava spesso mio nonno quando prendevo la febbre e non potevo andare a scuola. Ogni volta aggiungeva un pezzo alla versione precedente, ma il succo era sempre lo stesso: un omicidio. Il tempo e le letture disordinate hanno sbiadito i dettagli. Ho bisogno di un tuffo nel passato e solo zio Stefano mi può aiutare. Nonno non c’è più e io ho avuto la dabbenaggine di lasciar scorrere via i suoi racconti senza trascriverli.
Sono stanco di fare il cronista e vorrei provare a scrivere un romanzo, ma ho bisogno di uno spunto. Mi è riaffiorata alla mente una storia accaduta prima che nascessi.
Me ne parlava spesso mio nonno quando prendevo la febbre e non potevo andare a scuola. Ogni volta aggiungeva un pezzo alla versione precedente, ma il succo era sempre lo stesso: un omicidio. Il tempo e le letture disordinate hanno sbiadito i dettagli. Ho bisogno di un tuffo nel passato e solo zio Stefano mi può aiutare. Nonno non c’è più e io ho avuto la dabbenaggine di lasciar scorrere via i suoi racconti senza trascriverli.
Spesso
mi chiedo se davvero i libri abbiano giovato alla mia intelligenza. A
volte dimentico persino i nomi degli amici, mentre mio nonno
analfabeta recitava a memoria decine di storielle, lasciando
perfettamente invariata la struttura e persino le modulazioni di tono
con cui ritmava il dolore, la gioia, lo scherno e la nostalgia.
Le
ruote succhiano via l’ultimo tratto che scollina in una piccola
piazza, cui fanno corona una decina di case basse. Mi fermo all’ombra
di un gelso bianco. Il motore a due tempi fa un gran fracasso e
quando giro la chiave per spegnere piombo in un silenzio rotto solo
dal frinire delle cicale. Non è cambiato molto dall’ultima volta.
Ci sono sempre gli stessi orrendi infissi di alluminio ottonato ad
oltraggiare i muri di pietra. Qui un tempo ci avrei trovato uno
stormo di ragazzini a torso nudo e in calzoncini a contendersi un
‘super santos’. Di quei palloni arancioni ce ne saranno a decine
disseminati sui tetti e nei fossi.
La sua
porta si apre accompagnata dal cigolio di vecchie cerniere. Ci
guardiamo per un attimo senza dire una parola, poi esclama «Che vai
facendo?».
«Ciao,
zio. Come stai?», rispondo andandogli incontro e abbracciandolo.
«Come
vecchietti. Si tira avanti, ma non ci lamentiamo».
È
l’incipit di qualsiasi conversazione con un uomo anziano e
meridionale. La sintesi filosofica dello stare al mondo. Ci
accomodiamo in cucina e noto che ha già messo la moka sul fornello
del gas. Il caffè preparato da un vedovo con un principio di
Alzheimer è un attentato allo stomaco, ma apprezzo lo sforzo.
«Dai
allora, racconta un po’. Come fu il fatto del Pantano? Non me lo
ricordo più».
«Figlio
mio, sono fatti di tanto tempo fa. Cose brutte. La guerra era finita
da poco e c’era tanta sofferenza. La gente faceva fatica a mettere
il piatto a tavola. Tanti rubavano per la fame o per dar da mangiare
ai figli. In paese c'era uno solo che era ricco, ma non come quelli
di adesso. Alfonso si chiamava. Aveva tanta terra, vigneti, uliveti e
le vacche. Durante il Fascismo era stato camicia nera e quando
arrivarono gli americani fu il primo ad ospitarli. Ma viveva solo e a
quarant’anni non aveva moglie. Si era innamorato di una ragazza
bella, ma bella assai. Si chiamava Aida, come l’opera. Con i
capelli neri e le labbra rosso fuoco. Lei aveva sedici anni ed era
l’ultima di una famiglia disgraziata e numerosa. Non avevano
neanche gli occhi per piangere. Il padre pensava che Alfonso fosse un
buon partito, ma lei non ne voleva sapere. In verità Aida si era
incapricciata di un coetaneo, Pietro, con cui era cresciuta fin da
piccola. Si volevano bene come due uccellini caduti dal nido.
Spennacchiati e magrolini, ma sempre sorridenti e felici. Alfonso
fece di tutto per averla: le mandava regali, portava latte e carne
alla sua famiglia. Arrivò persino a chiedere la mano al padre
davanti a tutti. Lo fece durante la festa della Madonna, davanti al
sagrato. Il pover’uomo non sapeva cosa dire. Non aveva il coraggio
di costringere la figlia. Aida lo implorò con lo sguardo. E lui, per
non contrariarlo, con gentilezza provò a prendere tempo. Alfonso si
girò sui tacchi e andò via infuriato come una belva ferita,
minacciando e imprecando. Passò il tempo e Alfonso non si fece più
vedere in giro. Aida e Pietro ormai erano fidanzati e presto si
sarebbero sposati. Un giorno, mentre stavano passeggiando sulla
strada del Pantano, Alfonso sbucò fuori come una furia. Si scagliò
su tutti e due con un’accetta. Li colpì fino alla morte,
infierendo senza pietà. Quando arrivarono i carabinieri lo trovarono
lì, con le mani insanguinate accanto ai corpi. Il maresciallo si
accorse che dal cadavere di Pietro mancava la testa. Gliene chiesero
la ragione, ma Alfonso non parlò più. Si chiuse nel mutismo fino a
quando lo rinchiusero in carcere con due ergastoli. Provarono tante
volte a chiedergli che fine avesse fatto fare alla testa di quel
disgraziato, ma non ci fu verso. Provarono a cercarla per giorni.
Niente. Secondo alcuni la ragione stava in una credenza popolare. Si
diceva che un morto senza testa all’altro mondo nessuno lo
riconoscesse. E forse così aveva pensato di separare i due
innamorati per l’eternità. Credenze di povera gente. Ogni tanto
qualcuno raccontava anche di aver visto lo spirito di Aida che vagava
nel punto dove era stata uccisa. Altri dicevano che di tanto in tanto
lì comparisse un letto matrimoniale sospeso a mezz'aria. Una cosa è
certa, dopo quell’estate un po’ tutti finimmo per evitare quella
strada».
Spengo
il mini registratore che ho poggiato sul tavolo senza chiedere il
permesso a zio Stefano. Continuiamo a parlare d’altro, delle
famiglie, della salute, degli acciacchi della vecchiaia e di chi non
c’è più. Mi scrollo di dosso la malinconia e lo saluto. Mi ha
fatto bene venire qui. Rimonto in sella e riparto, rompendo l’armonia
delle cicale.
Mentre
taglio una curva, con la coda dell’occhio riconosco un angolo
familiare. È l’imbocco della strada del Pantano. Torno indietro e
mi fermo. Spengo la moto e mi incammino, attratto dalla curiosità di
un luogo dell’infanzia. In fondo anche a noi figli degli anni ’70
avevano sconsigliato di passare di lì, pur senza una ragione
apparente. Si chiama il Pantano perché in quel punto della collina
l’acqua è così abbondante che affiora ovunque. E la terra del
sentiero è sempre umida e vermiglia. Faccio qualche metro e ritrovo
una vecchia quercia sotto cui ho giocato spesso a nascondino. Mi
fermo a guardare gli ultimi bagliori del crepuscolo poggiato al
tronco.
«Non
ci venite qua». La voce roca arriva da dietro e mi fa accapponare la
pelle. Mi giro di scatto e a mala pena riesco a intravedere i
contorni del viso di un contadino, con una vanga poggiata su una
spalla.
«Scusate,
scusate». Balbetto non sapendo cosa dire, mentre cerco di rallentare
il cuore respirando a pieni polmoni.
Lui
bofonchia un «buonasera!» e scompare risalendo verso il paese.
A passo
svelto torno giù verso la moto, anche se sento ancora le gambe molli
per lo spavento. Riacciuffo la mia custom e riparto come il vento.
Arrivo
a casa che ormai è buio. Faccio una doccia rapida e accendo il
computer. Mi è venuta una gran fame e metto su l’acqua per la
pasta. Mentre aspetto, mi siedo alla scrivania per buttare giù
qualche appunto e schiaccio play sul registratore. Devo aver
combinato un pasticcio. Sento sfrigolare, ma non si capisce niente.
Quando all’improvviso mi si gela il sangue e sto per svenire dal
terrore. Sento nitida una voce di donna che sussurra: «Amore, amore
mio. Dove sei?».
PER IL CONCORSO “RACCONTO D’ESTATE” – IL SANNIO QUOTIDIANO

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