La fine dell'innocenza

Capitolo 1 di un libro incompiuto

«Entra, entra, accomodati.»
Il prete invitò il suo ospite a sedersi su un divanetto giallo a due posti in stile coloniale. La piccola stanza della canonica faceva da camera da letto e da studio. Il letto con la testiera di ferro ne occupava un angolo, insieme ad un comodino di legno grezzo, carico di fogli, libri e matite colorate. Il resto della stanza, ad eccezione di un vecchio armadio basso e pesante, era interamente occupato da scaffali di ferro, su cui erano stipati centinaia di riviste, fogli di appunti, libri e scatole di cartone chiuse con lo scotch marrone.
Su un ripiano di uno scaffale aveva trovato spazio anche un computer desktop con monitor lcd, circondato da cavi e fili elettrici, che si arrampicavano lungo i sostegni degli scaffali alla ricerca di periferiche incastrate tra i libri: una stampante, uno scanner, un adattatore multiplo per schede di memoria. A sostenere la tastiera e il mouse uno strapuntino in legno, avvitato allo scaffale con due staffe di ferro a L. Davanti una vecchia sedia da ufficio con le rotelle, riparata con il nastro adesivo americano. Qui si sedette il prete, di fronte al suo ospite, che occupava il divanetto posto ai piedi del letto.
«Don Rosario, sono venuto a chiedere cortesia...» disse l'uomo con accento slavo. «Mi hanno detto che tu passione per foto. Tu scatta foto in giro in campagne e boschi.»
«E che c'entri tu con le foto?» rispose infastidito il sacerdote. Aveva aperto la porta a quell'uomo alto e biondo, dopo che aveva richiamato la sua attenzione bussando ai vetri della finestra della stanza, che era al piano terra. Lo aveva fatto entrare pensando volesse confessarsi o chiedergli aiuto.
«Mi hanno mandato qui» fece l'uomo, cambiando l'iniziale tono da pecorella indifesa e perdendo d'un colpo l'accento straniero.
«Qualcuno che a te non deve interessare mi ha dato dei soldi per dirti una cosa. Devi stare molto attento, perché sei un prete e i preti devono solo dire la messa. Non devi mettere il naso fuori di qui. Sono venuto a prendere i file delle fotografie e le stampe. Ti consiglio di darmele senza fare troppe storie. Me ne andrò come sono venuto e non mi vedrai mai più. Tu continuerai a fare il prete e nessuno si farà male.»
«Cosa vuoi da me? Chi ti manda? Io non ho niente che ti interessa, niente... nessuna foto...niente, niente. Vattene via!» balbettò don Rosario alzandosi e indietreggiando fino a toccare lo scaffale con la schiena.
«Devi darmi tutte le tue foto, subito!» minacciò l'uomo, scattando in piedi e fermandosi a pochi centimetri dalla faccia del prete.
«Aiuto! Aiuto! Immacolata! Immacolataaa!» cominciò a gridare verso l'interno della canonica.
L'uomo non gli lasciò il tempo di farsi sentire, strozzandogli il fiato in gola con una mano.
«Zitto!» impose l'aggressore sferrandogli un pugno alla bocca dello stomaco e lasciandolo cadere a terra. Don Rosario annaspò cercando di respirare. Alzò il braccio con la mano aperta per proteggersi e chiedere pietà.
L'uomo si guardò intorno e afferrò una statuetta di marmo. In un lampo fu sul prete e cominciò a colpirlo sulla testa. Smise solo quando fu sicuro di averlo ucciso.


§


«Vieni avanti, forza! Non aver paura» disse il capitano dei carabinieri Eddy Leone verso il figlioletto, intimorito dalla mole enorme e nera del cavallo.
«Dai Alessandro, accarezzalo, non ti fa niente...» continuò tenendo per il morso il magnifico esemplare di frisone dal pelo scuro e lucidissimo, “il quarto componente della famiglia” come diceva spesso agli amici. E a chi gli chiedeva il perché di un nome così bizzarro, con un certo vezzo il capitano Leone spiegava che “Bucefalo” era il nome del cavallo di Alessandro Magno, il grande condottiero greco a cui indirizzava i suoi sogni di ragazzo. Ai tempi del Liceo rimase folgorato dalla vita e dalle gesta di “Megalexandros”, l'allievo di Aristotele morto a trent'anni dopo aver conquistato il più vasto impero dell'antichità.
In un caldo pomeriggio domenicale di luglio, il capitano Leone aveva portato il suo bimbo di sei anni al maneggio, dove aveva affidato Bucefalo alle cure di “mastro Espedito”, il vecchio capostipite della famiglia Landolfi, appartenente all'antica aristocrazia terriera di Benevento, discendente – a suo dire – dai Longobardi, che prima dell'anno Mille avevano scelto come capitale della Langobardia Minor l'antica Beneventum.
Alex, nonostante il suo nome lo destinasse ad esserne il cavaliere, continuava a rifiutarsi di dominare Bucefalo, che invece ricambiava il timore del bambino con uno sguardo e una docilità da cagnolino domestico.
Lasciato il piccolo Alex tra le braccia di mamma Rossana, il capitano montò a cavallo agilmente, pronto a sgroppare verso il boschetto, mentre sua moglie lo ammoniva con apprensione.
«Stai attento a non cadere da quella bestia! Non dimenticare mai la fine che ha fatto l'attore di Superman?!»
«Ciao piccolo» rispose il capitano, ignorando la moglie. «Guarda con attenzione... la prossima volta vieni con me!»
Patapan, patapan, patapan, patapan... Bucefalo trottava elegante con il suo strano cavaliere in pantaloni mimetici, t-shirt grigioverde e anfibi. Il capitano Leone aveva realizzato il suo sogno: sentirsi libero e forte, con il corpo prolungato dai muscoli del cavallo, immerso negli odori pungenti della pineta. L'ansimare di Bucefalo e la sua spinta poderosa lo portavano in un luogo tutto suo, dove per qualche ora poteva ritrovare serenità e concentrarsi sui suoi pensieri.
«Eddy! Eddiii!» gridò da lontano sua moglie, mentre si sbracciava per richiamare la sua attenzione. Il capitano dal luccichio nella mano destra di Rossana capì che la pace era finita. Il suo cellulare di servizio aveva squillato e quindi qualcosa era successo.
«Chi è?» chiese il capitano al telefono con un po' di fiatone per la discesa veloce da cavallo.
«Capitano, sono il maresciallo Manganiello. Abbiamo ricevuto una chiamata dalla parrocchia dell'Addolorata nella frazione di Casalveiano. Dicono di aver trovato morto don Rosario Tranfaglia. Morto ammazzato!»
«Ammazzato?» chiese incredulo il capitano.
«Sì, la signora che gli fa le pulizie dice che c'è sangue dappertutto e la stanza è sottosopra.»
«Senti Manganiello, io sto al maneggio Landolfi con la famiglia. Vienimi a prendere, da qui siamo a pochi chilometri.»
«Porca putt...» cominciò ad imprecare il capitano, ma si fermò in tempo, ricordandosi del piccolo Alex, tutto proteso ad ascoltare il suo eroe.
§


La pantera dei carabinieri arrivò davanti alla canonica con le sirene che ululavano e sgommando prima di fermarsi. Il capitano, ancora in tenuta mimetica, si lanciò verso la casa parrocchiale, seguito a ruota dal maresciallo Manganiello, che arrancava sotto il peso della divisa, della mitraglietta, e dei chili di troppo.
Ad aspettarli, seduta all'ingresso con la faccia tra le mani, c'era Immacolata, l'anziana perpetua.
«Correte, correte, ih ih ih...» fece la vecchia verso i due carabinieri, piangendo e lanciando grida disperate e stridule. «L'hann 'acciso, l'hanno ucciso!» gridava la donna mitigando il dialetto. «Come si può ffà? Come si può uccidere no' prete! N'uomo di chiesa! Che disgrazia, che disgraziaaa!»
«Signora, si calmi!» le impose il capitano con decisione. «Resti seduta qui e non si muova. Maresciallo, chiami un'ambulanza e faccia portare via la signora.»
Mentre il povero Manganiello cercava di tenere a bada la donna, il capitano entrò nella canonica e imboccò deciso la stanza del parroco. La conosceva bene, c'era stato già una volta, quando avevano inaugurato il campo da calcetto e don Rosario lo aveva invitato a partecipare ai festeggiamenti.
Sul pavimento stava il corpo del sacerdote, con le braccia larghe e il ventre a terra. La faccia si vedeva a malapena, il cranio fracassato l'aveva ricoperta di sangue. La stanza era sottosopra, come dopo una violenta colluttazione. Il capitano notò subito che in fondo al pavimento, sotto la finestra, c'era una statuetta di marmo spezzata. Una piccola scultura in stile moderno di pessima fattura, una sfera su una base dello stesso materiale, sormontata da un triangolo con una fessura al centro. Un tentativo mediocre di stilizzazione del concetto di Dio. Sulla pietra bianca si vedeva chiaramente una macchia rosso scuro.
«Capitano!» si sentì chiamare dal corridoio, era il tenente Zullo dei RIS, che arrivava con tutta la squadra.
«Antonio, vieni a vedere che casino» fece il capitano verso l'amico e collega ufficiale, che si stava già infilando i guanti di lattice.
«Ma che cazzo è successo qui?» esclamò il tenente alla vista della scena. «Che ci fai vestito così? Abbiamo dichiarato guerra alla Chiesa?» disse verso il capitano, guardandolo dall'alto in basso.
«Tonì, non rompere. Stavo al maneggio in santa pace con la famiglia. Ascoltami bene! Io adesso me ne vado a casa a fare una doccia. Tu metti un po' di nastro qua attorno e non far avvicinare nessuno. Appena hai trovato qualcosa di interessante, chiamami sul cellulare.»
«Ma la vecchia qua fuori? Che facciamo? Continua a gridare come una pazza.»
«Ho fatto chiamare l'ambulanza, falla ricoverare in ospedale. Domattina vado a farle visita e la interrogo. Stanotte metto una pattuglia di guardia, qui tra poco comincia il pellegrinaggio.»


§


Vincerò, vinceeeròòò” trillò il cellulare del capitano, con la suoneria impostata su un acuto di Pavarotti.
«Comandi!» rispose il capitano, con la bocca impastata dal sonno.
«Eddy, sono Tonino» gracchiò dal telefono il tenente Zullo. «I miei uomini hanno trovato indizi che devi assolutamente vedere. Nella canonica ci sono prove sufficienti per arrestare subito chi ha ammazzato don Rosario. Corri!»
«Tonì, chiama il giudice Fragalà e dille di venire subito, sperando che non debba passare prima dal parrucchiere...» ridacchiò il capitano. «Io faccio prima un salto in ospedale ad interrogare la signora Immacolata. Ci vediamo lì tra un'ora.»
Leone si alzò dal letto senza troppa voglia, si stiracchiò con le mani sui reni e poi diede una carezza a sua moglie, che intanto si era svegliata e già stava andando in cucina a preparare un caffè forte. Prima di riprendere i panni del capitano, Leone andò a svegliare il suo piccolo principe, che dormiva serenamente tra lenzuola bianconere. Il piccolo Alex, infatti, più che ad Alessandro Magno si ispirava al suo idolo juventino Alessandro Del Piero, che papà Eddy tollerava a malincuore perché tifoso del Napoli e quindi orfano calcistico di Maradona.
«Alex, sveglia. Dai, alzati! Oggi mamma ti porta in piscina.»
«Davvero?» esclamò il bambino, passando dal sonno alla veglia in pochi secondi.
«Promettimi però di non fare il matto come al solito. Non andare dove vanno i grandi e non metterti a fare i tuffi dal trampolino. Dai! Mamma tra poco finisce le ferie e la mattina starai con nonno Carlo.»
Leone prese il suo caffè forte e schiumoso, che a parer suo solo Rossana è in grado di fare così, e andò a vestirsi. Quando rientrò per salutare la famiglia, era già ridiventato il capitano, con la divisa, le stellette e la Beretta 92FS nella fondina. Il piccolo Alessandro lo guardò orgoglioso e lo abbracciò forte, stando attento a non sciupargli la giacca. Non fare troppo il duro, pensò il capitano rimproverandosi.


§


Imboccando il corridoio bianco dell'ospedale, il capitano vide il carabiniere di guardia davanti alla porta della signora Immacolata.
«Non c'è bisogno di piantonarla» gli disse sottovoce il capitano. «Chi ti ha dato quest'ordine?»
«Il maresciallo Manganiello, capitano!» rispose il giovane carabiniere, rosso in viso per il rimprovero.
«Va bene, va bene. Adesso torna in caserma e dì al maresciallo di raggiungermi subito» gli ordinò accomodante. «Come sta la signora? Si è calmata?»
«Ieri sera piangeva in continuazione, poi devono averle dato dei sedativi e si è addormentata» rispose il ragazzo, che poi si allontanò facendo il saluto militare.
Il capitano entrò nella stanza dove la vecchietta stava ancora dormendo. La stanza piccola e luminosa era invasa da un tanfo nauseante. Aprì la finestra e prese una sedia per mettersi accanto al letto.
«Signora, signora Immacolata...» cominciò a chiamarla dolcemente, toccandole una mano.
La donna riaprì gli occhi e sobbalzò, vedendo il capitano di fianco.
«Signora, non abbia paura. Sono il capitano Leone. Sono qui per farle qualche domanda, ma se vuole posso tornare più tardi.»
«Nooo, mò mi sveglio. Uhmmm... che male 'e capo!» biascicò la vecchia, lamentandosi ad ogni movimento. «Pigliami no' poco d'acqua, là sopra il comodino!» ordinò al capitano, che ubbidiva docilmente.
«Signora, come vi sentite?» le chiese per accertarsi che era pronta a parlare. Lei fece di sì con la testa mentre sorseggiava l'acqua minerale. «Adesso, con molta calma, raccontatemi che cosa avete visto ieri pomeriggio. Non vado di fretta. Non vi preoccupate!»
«Ieri è successo 'o finimondo!» attaccò la signora. «Io stavo dormendo sopra una sedia nella camera mia, dopo che avevo messo a posto la cucina. Tutt'insieme, sento un rumore forte e mi sveglio. Esco dal corridoio e entro nella camera di don Rosario. Oh madonna mia bella!» Si portò le mani al viso, cominciò a piangere e continuò a raccontare tra i singhiozzi. «L'ho visto lì, morto! Tutto il sangue a terra! La roba tutta buttata per l'aria... e cominciai a chiamare aiuto. Poi ho sentito da fuori il rumore forte di una macchina che partiva... sono uscita fuori e ho visto la macchina che s'allontanava di corsa. E poi tornai dentro e chiamai i carabinieri... Oh mamma mia! Oh madonna mia bella... che disgrazia, che disgraziaaa!»
«Signora, non vi agitate che vi fa male alla salute» le rimproverò con gentilezza il capitano. «Dunque, voi avete trovato il corpo di don Rosario a terra e avete sentito e visto una macchina allontanarsi. Siete riuscita a vedere che tipo di macchina era? Il modello? Forse la targa?» chiese il capitano già presagendo la risposta.
«Figlio mio, io non so leggere. Non ne capisco di macchine... mi pareva una macchina piccola, come quella di don Rosario. Mi ricordo che era rossa. Ah, pensandoci ben, dietro c'era un gancio, con una specie di palla sopra.»
«Che ora era?»
«Potevano esse le tre e mezza.»
«Voi avevate confidenza con don Rosario?»
«Sì, ma non posso sapere tutti i fatti suoi.»
«Ultimamente vi è sembrato strano? Vi ha parlato di qualcosa che lo preoccupava?»
«Mi pare di no. Padre Rosario era una persona tranquilla. O lo trovavi a dire la messa, oppure stava all'oratorio con i ragazzi. Si è comprato pure il computer e dopo mangiato stava sempre davanti a quel coso. Mi diceva sempre: Immacolà, hai visto? Non hai imparato a leggere, mò te insegno ad usare il computer! E io gli dicevo che 'ste cose sono diavolerie» e ricominciò a piangere.
«Signora, ultimamente don Rosario ha fatto qualcosa di strano, o qualcosa di diverso dal solito?»
«Mah, pensandoci bene... ultimamente usciva spesso a fare fotografie. Usciva e se portava appresso la macchinetta che gli avevano regalato i ragazzi della parrocchia per il compleanno. Quando tornava si chiudeva dentro la stanza e si metteva al computer. Teneva sempre le scarpe sporche... e io lo rimproveravo: don Rosà - gli dicevo - ma avete combinato 'ste scarpe! Sono piene di terra!»
«Aveva le scarpe sporche di fango?» la interruppe il capitano per verificare di aver capito bene.
«Sì. Io gli chiedevo: ma dove andate con 'ste scarpe?, e lui mi diceva: Immacolata, sto facendo una cosa importante. Stai tranquilla!»
«Quanto tempo restava fuori per fare fotografie?»
«Mah... a volte un'ora, a volte due, a volte tutta la mattina, o la sera tardi.»
«Vi ricordate se andava da solo o con qualcuno?»
«Che so io, andava solo. Ma ci stava un ragazzo che l'aiutava con il computer, Giovanni. Serve la messa e l'aiuta a fare tante cose in chiesa.»
«Dove lo trovo questo Giovanni?»
«Abita vicino la chiesa. Tiene una ventina d'anni. Sta con la mamma. Il padre è morto tanti anni fa. Giovanni Conte si chiama. È nu buono guaglione.»
«Va bene, signora. Vi ringrazio. Adesso riposatevi. Pensate alla vostra salute.»
«Scopritelo e arrestatelo quel delinquente che l'ha ucciso!» gridò l'anziana perpetua in un crescendo assordante di pianti e singhiozzi.


§


Le zaffate del profumo della dottoressa Carmela Fragalà, detta Milly, si sentivano a cento metri. Ascoltava il tenente Zullo e prendeva appunti su una moleskine nera, con lo sguardo nascosto da un enorme paio di occhiali da sole stile vintage anni sessanta.
Appena vide arrivare il capitano Leone verso la canonica, accompagnato dal maresciallo Manganiello, lasciò di sasso il tenente e si diresse verso di lui.
«Capitano, qui ci vuole molta prudenza, eh!» annunciò con la sua voce stridula.
«Giudice, ce ne metteremo quanto basta.»
«Non faccia lo spiritoso. Sa bene che ho un'indagine delicata in corso per un altro prete. Ho gli occhi addosso di un esercito di bigotte. Ci mancava solo un omicidio!»
«Dottoressa, volevo solo dire che abbiamo ancora pochi elementi» rispose il capitano digrignando i denti, con uno sguardo che lasciava capire anche alle pietre quanto non sopportasse quella donna, così boriosa e ipocrita. Le ricordava maledettamente la sua professoressa di latino del Liceo, una strega bassa e ossuta con una montagna di capelli color cacca di cane, una faccia affilata dominata da un naso appuntito, sotto cui ciarlavano le labbra grinzose, riconoscibili solo grazie ad un abbondante ed atroce rossetto scarlatto.
«Senta capitano, da quel che ho sentito dal tenente esistono elementi sufficienti per arrestare l'assassino. Le lascio ventiquattr'ore per trovare un movente decente e mettergli le manette. Si dia da fare, questo caso è talmente facile che anche un idiota riuscirebbe a risolverlo
«Benissimo dottoressa! Ci metteremo subito a lavoro. Domani le farò un rapporto dettagliato.»
Il giudice Fragalà annuì seccata con il naso all'insù e si girò su se stessa con uno scatto netto sulle gambette corte e magre, lasciando al suo posto una nube nauseante di profumo dolciastro.
«Capità, lasciatela perdere - intervenne il maresciallo Manganiello - è solo una zitella inacidita. Piuttosto, il fatto che diceva è vero. Qualche mese fa è scoppiato uno scandalo grosso. C'è stata una denuncia di una famiglia di Pantanello contro il parroco, per molestie sessuali nei confronti di un bambino. Pare che questo prete abbia tentato un approccio intimo, ma il bambino è scappato via e ha raccontato tutto ai genitori. Questi l'hanno denunciato, ma l'accusato nega tutto. Dice che il bambino ha frainteso un gesto d'affetto, mentre la mamma sostiene che il figlio ha raccontato dettagli che non lasciano dubbi. Insomma, adesso le indagini sono sotterranee, perché la Curia ha chiesto alla dottoressa Fragalà di non divulgare troppo la cosa fino a quando i fatti non saranno accertati senza dubbi. E come se non bastasse, da una parte c'è la famiglia del bambino che è infuriata e dall'altra un gruppo di parrocchiani che difende il prete a spada tratta, minacciando il vescovo di proteste clamorose se dovesse allontanarlo dalla parrocchia.»
«Capitano, corri, vieni a vedere cosa abbiamo trovato!» richiamò l'attenzione il tenente Zullo con ampi gesti delle mani.
«Arrivo Tonino! - poi rivolto al maresciallo - Manganiè, stamattina ho interrogato la signora Immacolata all'ospedale. Mi ha detto di aver visto solo un'auto sfrecciare via. Fai un giro nei dintorni e vedi se trovi qualcosa: una traccia, una sgommata... vai!»
Il tenente fece segno al capitano di seguirlo verso la camera da letto della canonica.
«Eddy, i miei uomini hanno setacciato la stanza e hanno trovato tracce notevoli. Diciamo che il caso sembrerebbe già chiuso, o quantomeno, come dicevo alla Fragalà, abbiamo una pista.»
«Però...» lo invitò a proseguire, intuendo che aveva qualche incertezza sulla stomaco.
«Però ci sono delle cose che non mi quadrano. Siamo riusciti ad entrare nel computer ed abbiamo trovato nell'hard disk cartelle piene zeppe di materiale pedo-pornografico, tutti file scaricati da internet, essendo in peso e formato per il web. Ci sono due circostanze strane. Primo, il computer non aveva password. Mi chiedo: ma uno che ha quella roba sul pc non mette una password? Secondo, cartelle e file hanno un'unica data e orario di creazione.»
«Quale?»
«Ieri pomeriggio, alle ore 15.»
«Vuoi dire che don Rosario le ha copiate sul pc ieri per la prima volta, poco prima che qualcuno entrasse per ucciderlo?»
«Come fai a sapere che è stato ucciso a quell'ora?»
«Stamattina ho interrogato la signora Immacolata, la perpetua, che mi ha raccontato di essere stata svegliata ieri da una macchina che fuggiva veloce verso le 3 e mezza.»
«Ah... Ma la cosa più strana è la macchina fotografica. È una reflex digitale con la memoria asportabile. Non ha l'hard disk interno. Sulla memory card abbiamo trovato altro materiale pedopornografico, foto scattate con la stessa macchina. Le abbiamo visionate ed abbiamo subito notato che ritraggono tutte lo stesso soggetto in scene di abusi. Si tratta di un bambino della zona. Ne abbiamo la certezza perché uno dei miei uomini lo ha riconosciuto, è il compagno di scuola del figlio. Questo bambino ha un ritardo mentale, una forma di autismo, ed ha bisogno di un insegnante di sostegno. La famiglia non se la passa benissimo e, non potendosi permettere una babysitter, affidava spesso il ragazzino a don Rosario.»
«E allora che idea ti sei fatto su chi può averlo ucciso?»
«C'è un indizio che non darebbe dubbi. Abbiamo trovato a terra un cellulare, probabilmente caduto di tasca all'assalitore nella concitazione. Abbiamo controllato la scheda. Risulta intestata a Pasquale Vincenzi, padre del bambino in fotografia.»
«Il caso sembra molto chiaro. Aveva ragione Milly Fragalà. Ma allora perché ti sembra strano?»
«C'è qualcosa che non quadra con i tempi.»
«Puoi verificare l'ora e il giorno degli scatti sulla memory card?»
«Certo, è facile. Adesso ti faccio vedere.» Zullo accese il pc e collegò la macchina fotografica. Con molta padronanza, entrò nella memory card ed aprì la cartella con i file fotografici.
C'erano circa cinquanta foto, che ritraevano il bambino in varie scene. Il capitano si rese conto che poteva avere l'età di suo figlio. Si vedeva solo il bambino. Chi scattava lo teneva forte con una mano e con l'altra scattava le foto.
«Eddy! Le foto sono state scattate tutte lo stesso giorno, l'altro ieri! Dalle 13.30 alle 14! Porca puttana, ma perché quel materiale è stato copiato sul pc poco prima che lo uccidessero? E come mai proprio nello stesso lasso di tempo don Rosario ha fatto le foto? È diventato pedofilo in due giorni?»
«Potrebbe aver avuto l'accortezza di fare spesso il back-up dei dati su un supporto esterno, nascosto da qualche parte. Devi far analizzare accuratamente le operazioni compiute sul pc. Voglio sapere tutto quello che c'ha fatto da quando l'ha cominciato ad usare! Chiaro? Tonì, non perdiamo altro tempo. Chiama il giudice Fragalà e falle un rapporto dettagliato su quanto hai scoperto.»
Uscì nel corridoio e chiamò a gran voce verso l'aperta campagna «Manganiello! Maresciallooo!»
«Agli ordini capitano!» rispose Manganiello tornando di corsa e ansimando.
«Prendi due uomini e vai a prelevare un certo Pasquale Vincenzi. Abita qui vicino. Quelli del RIS hanno l'indirizzo. Manganiè, una raccomandazione... andate senza sirene e mettetegli le manette solo se fa resistenza. Portatelo in caserma che voglio interrogarlo subito.»
«Agli ordini!»
«Aspetta! - continuò il capitano abbassando il tono - Questo Vincenzi ha un figlio di circa sei anni. Ha un handicap mentale. Fai venire uno psicologo al comando. Vai!»
Il computer era ancora acceso e le immagini del bambino continuavano a gridare aiuto dal monitor. Il capitano con un gesto secco tirò via il cavo elettrico dalla presa e spense tutto. Una forte nausea gli prese la gola, uscì fuori, fece il giro della casa e vomitò dietro un albero di limoni.


§


«Voi siete usciti pazzi! Io non c'entro niente! Niente!» gridava come un ossesso Pasquale Vincenzi nell'ufficio del capitano Leone. L'uomo aveva quarant'anni, ma ne dimostrava sessanta. Grassoccio e calvo, tranne qualche ciuffo sparuto su una testa grossa, con due enormi lobi penduli e un naso alla Bartali. I vestiti sporchi di calce e le mani grosse e tozze facevano capire che era un povero cristo, probabilmente un operaio a giornata, di quelli che lavorano a nero tutta la vita, rischiando di rompersi il collo da un'impalcatura.
«Signor Vincenzi, io le assicuro che se chiariamo subito questa storia, lei subirà la minore condanna possibile» incalzò il capitano. «Dagli indizi che abbiamo trovato lei è sospettato di omicidio preterintenzionale, o forse premeditato. Lei avrebbe ucciso nel pomeriggio di ieri, a mani nude e con l'ausilio di un pezzo di marmo, don Rosario Tranfaglia, dopo aver scoperto che lo stesso aveva abusato del suo bambino. Se lei confessa subito, le assicuro che metteremo a verbale che è venuto lei stesso a costituirsi.»
«Capità, io di questa storia non so niente!» rispose Vincenzi con la voce rotta dal pianto, mentre sudava e sbiancava. «A mio figlio? Che è successo? Che ha fatto don Rosario? Io, io, io...» non fece in tempo a finire la frase che svenne d'un colpo. Il maresciallo Manganiello lo afferrò in tempo prima che si spaccasse la faccia sul pavimento.
«Prendete un po' d'acqua fresca!» ordinò il capitano, mentre scambiava uno sguardo pieno di stupore con il maresciallo. Avevano interrogato delinquenti della peggiore specie, assassini, stupratori, ladri, ma pochi reagiscono a quel modo.
«Signor Vincenzi, mi ascolti. Vuole che le chiami un medico? Beva un sorso d'acqua» chiese il capitano alzandosi dalla scrivania, mentre il maresciallo aiutava l'uomo a rinvenire.
«Noo, capità. Adesso va meglio, ma lasciatemi andare, vi prego - implorò piangendo e singhiozzando - Io non ho fatto niente, niente... lo giuro!»
Oggi piangono tutti, pensò il capitano, ricordando l'interrogatorio della signora Immacolata.
«Ascolti, signor Pasquale. Io sono un padre di famiglia come lei. Ho un figlio che ha l'età del suo. Se lei avesse commesso questo delitto in preda all'ira, non dico che la giustificherei, ma potrei capirla. Qualunque giudice le darebbe tutte le attenuanti. Lei è anche incensurato. Umanamente io le sono vicino. Qualunque padre avrebbe perso la testa. Si faccia aiutare, la prego. Se è stato lei a picchiarlo a morte, lo confessi. Noi faremo risultare spontanea la confessione e lei potrà avere un'ulteriore attenuante.»
«Capità, mi dovete credere - disse l'uomo, ansimando e respirando profondamente, mentre continuava a sudare - se sapevo che don Rosario approfittava di mio figlio, venivo io subito qua a denunciarlo. Ma io nun ce credo! Don Rosario è un santo. Ci ha aiutato tante volte. E vi giuro sulla croce che sta dietro a voi che io non ho fatto nulla. E così sono sicuro che don Rosario non ha toccato mai a mio figlio Gabriele!»
«Come spiega allora che accanto al cadavere abbiamo trovato il suo cellulare?»
«Non ve lo so dire. Stamattina lo tenevo a casa. Lo lascio sempre in giro senza farci troppo caso, ma sono sicuro che stava a casa. Mia moglie l'ha comprato e mi rimprovera se non lo uso. Spesso Gabriele ci giocava, perché tanto io mi dimentico sempre di portarmelo appresso. Non so come è finito là. Credetemi, vi prego.»
Il capitano Leone già si aspettava che con le prove attuali la giudice Fragalà non avrebbe esitato un minuto a mettergli le manette. E lui non poteva fare altro che prendere le misure precauzionali.
«Signor Vincenzi, mi ascolti bene. Adesso lei andrà con i miei uomini, che le rileveranno le impronte digitali. Chiami subito un avvocato e faccia in modo di stare tranquillo. Se lei è innocente come dice, le do la mia parola d'onore che farò di tutto per scagionarla. Si fidi di me.»
«Grazie capitano, grazie» guaì intontito l'uomo cercando di baciargli la mano, che Leone ritrasse di scatto.
«Vada, vada!»
«Maresciallo, ha fatto venire lo psicologo?»
«Sì, è di là – annunciò con uno strano ammiccamento - È una psicologa, la dottoressa Cinzia Raggi.»
«La faccia entrare.»
Dalla porta dell'ufficio entrò quella che ogni uomo sano di mente definirebbe un gran pezzo di ragazza. Non molto alta, ma decisamente giovane, bella e prosperosa, circondata da un profumo fresco, che pizzicava il naso.
«Si accomodi!» le fece cenno il capitano deglutendo vistosamente. «Sono il capitano Leone e avrei bisogno delle sue competenze» aggiunse mentre i suoi occhi cadevano inesorabilmente sulla bocca carnosa.
«Sono a sua disposizione» rispose pronta e sorridente la psicologa, abituata com'era a tollerare maliziosamente l'imbarazzo degli uomini che incontrava.
«Abbiamo un caso di omicidio per vendetta. Dagli indizi riscontrati fin'ora, sembrerebbe che un padre accecato dall'ira abbia ucciso un sacerdote sospettato di pedofilia» disse il capitano tutto d'un fiato, dominando l'impatto ormonico iniziale. «Ho bisogno che lei interroghi un bambino di sei anni con un ritardo mentale. Ho bisogno che lei riesca a scoprire cosa ricorda del pomeriggio di ieri. Abbiamo trovato delle foto che gli ha scattato il pedofilo lo stesso giorno, certamente tra l'una e mezza e le due. Ho evitato che lo portassero qui per non spaventarlo. Andrà a casa sua. La accompagnerà il maresciallo Manganiello.»
Appena sentito l'ordine del capitano, il maresciallo divenne un enorme peperone trentenne e cominciò a sorridere come un ebete verso l'avvenente psicologa.
«Agli ordini capitano!» rinvenne Manganiello e scattò sugli attenti, irrigidendosi goffamente.
«Maresciallo, tranquillizza la signora Vincenzi. Dille che suo marito è stato trattenuto per accertamenti e che per ora nessuno lo accusa di niente. Spiegale che abbiamo bisogno di parlare con il bambino, anche in sua presenza, nell'interesse suo e del marito. Lungo il tragitto ragguaglia la dottoressa Raggi sugli altri dettagli dell'inchiesta.» Poi rivolto alla psicologa, ma stavolta con tono deciso, sordo alle tentazioni del fascino ammaliatore, «Dottoressa, lei faccia in modo di scoprire il più possibile. Poi riferisca al maresciallo.» Con l'ultimo ordine, anche se con un po' di rammarico, si sentì come Ulisse legato all'albero della nave per ascoltare e resistere al canto delle sirene.


§


«Tonì, sono Eddy» disse il capitano al telefono. «Ho fatto arrestare il sospettato e gli sto facendo prendere le impronte digitali.»
«E io cosa devo fare?» rispose conciliante il tenente Zullo.
«Devi prendere la statuetta con cui è stato ucciso don Rosario e vedere se sopra ci sono impronte digitali compatibili con quelle di Pasquale Vincenzi.»
«Non dovremmo aspettare l'ordine del giudice per aprire l'inchiesta?»
«Tonì, la dottoressa Fragalà mi ha detto che vuole un rapporto entro 24 ore. Io lo sto scrivendo e dentro ci scrivo che le prove a carico del Vincenzi sono insufficienti. E tu, da ora in poi parli solo con me? Hai capito?»
«Agli ordini» rispose il tenente rassegnato.
«Poi fai un'altra cosa per me. Il maresciallo mi ha detto di aver trovato delle tracce di pneumatici dietro la canonica che vanno verso il fiume. Vedi un pò di che si tratta... ah, e poi dai ordine ai tuoi criceti di laboratorio di muoversi a scoprire le azioni compiute sull'hard disk nell'ultimo mese. Dai!»
«Agli ordini!»
«Capitano, c'è una chiamata per lei» interruppe il brigadiere Farina, passandogli il portatile.
«Pronto!»
«Egregio capitano» rispose all'apparecchio una voce antipatica e stridula. «Sono il giudice Fragalà. Le faccio i miei complimenti per l'arresto dell'omicida. Sto aprendo il fascicolo per le indagini preliminari, in modo da convalidare la custodia cautelare in carcere.»
«Dottoressa, guardi, le cose non stanno proprio così» annunciò deciso il capitano.
«E come stanno?»
«Il signor Vincenzi non può essere il principale indiziato. Mancano prove sufficienti.»
«Ma se hanno trovato il suo cellulare sulla scena del delitto?»
«Questa non prova nulla. Pare che lo lasciasse spesso in giro e che il figlio ci giocasse abitualmente. È possibile che il bambino l'abbia portato con sé nella canonica, dato che la frequentava ogni giorno.»
«Ma come fa ad essere certo che non sia il colpevole e che magari possa scappare?»
«Perché sull'arma del delitto, ovvero sulla statuetta di marmo, non ci sono le sue impronte.»
«E come fa a saperlo?»
«Ho chiesto al tenente Zullo una verifica rapida, che mi è già arrivata sulla scrivania. Gli uomini del RIS sono sempre più efficienti, non trova?»
«Beh, direi che è fulminea. Allora che fa, lo lascia andare?»
«Sì, ma con obbligo di non allontanarsi dal paese. Altrimenti lo mettiamo dentro.»
«Mah, la cosa mi lascia comunque di sasso. Non so cosa pensare a questo punto. Chi ha ucciso don Rosario? Qui si apre un fronte caldissimo. Mi massacreranno, letteralmente, se la cosa viene fuori.»
«Allora facciamo così, dottoressa. Convochi la stampa e dichiari che sospettiamo di un omicidio per rapina e che si sospetta una banda di immigrati clandestini, probabilmente albanesi. Tanto i giornalisti con i delinquenti albanesi ci godono sempre e ce li togliamo di torno. Tenga nascosto il ritrovamento del materiale pedopornografico. Gli avvoltoi passeranno il tempo a dare voce ai politici di destra che propongono di chiudere le frontiere, e a quelli di sinistra che avranno sempre qualcosa da ridire.»
«Il suo atteggiamento è decisamente inopportuno, e il suo tono non mi piace, ma forse questa volta ha ragione. Farò come dice lei.»
Chiuse la telefonata con un brivido freddo lungo la schiena. Speriamo che Tonino non trovi le impronte di Vincenzi sulla statuetta, pensò grattandosi la testa.
«Brigadiere!» richiamò l'attenzione del carabiniere che aveva assistito a tutta la scena fin dall'interrogatorio, e che ora lo guardava a bocca spalancata. «Non mi guardare come un cretino! Aggiusta il verbale e fai liberare il Vincenzi. Digli che se si muove di un passo da casa sua senza dirmelo, lo sbatto in galera e butto la chiave!»


§


Gli scaloni salivano imponenti nel corpo del palazzo arcivescovile. Tac, tac, tac, le suole delle scarpe lucide risuonavano sui gradini di travertino. Dalle cornici dorate arrivavano gli sguardi di papi e vescovi, rappresentati con vesti sfarzose e piglio da regnanti. Il capitano Leone si tolse il berretto e lo mise sotto l'ascella sinistra. Davanti a lui, in cima alle scale, ad aspettarlo c'era don Renato Palermo, suo amico d'infanzia e compagno di banco del Liceo, ora responsabile dell'ufficio pastorale della Diocesi. Aveva un completo nero, compresa la camicia, da cui spiccava il bianco del colletto. Era un giovane ormai maturo, con i capelli biondi corti e un principio di calvizie che ne rendeva la fronte ampia. A completarne la forte somiglianza con Elvis Costello un paio di occhiali dalla montatura in plastica nera.
«Uè, carissimo, vieni, che piacere rivederti» lo accolse sorridente don Renato, cingendo l'amico con un abbraccio sincero.
«Renato, o scusa... don Renato, ti trovo proprio bene. Hai messo anche un po' di pancetta. Per fortuna che il nero sfina, eh eh eh...»
«Non sfottere, Eddy. Indossiamo tutti e due la divisa, che porta gioie e dolori.»
«Quanto è vero, Renato mio. Ho bisogno di parlarti in privato.»
«Vieni con me. Seguimi» disse il sacerdote, tirandolo affettuosamente per un braccio. Si diressero in silenzio verso una stanza in fondo ad un lungo corridoio, intervallato da busti ed enormi quadri. Entrati nel piccolo studio, chiuse la porta alle loro spalle. La stanza aveva due pareti occupate interamente da scaffali zeppi di libri. In mezzo una pesante scrivania in noce e tre sedie in pelle di fine ottocento. A ricordare il XXI secolo c'era solo il notebook aperto sulla scrivania.
«Siediti, qui stiamo tranquilli. Parla pure, ti ascolto.»
«Renà, non ti dico niente che tu non sappia già. Sai dell'omicidio di don Rosario.»
«Purtroppo sì. Abbiamo saputo anche del padre del bambino. Non è un momento facile. Ci sono troppe vicende che arrivano come macigni. Il vescovo proprio ieri mi diceva che dobbiamo sperare che i tempi della giustizia siano celeri, altrimenti anche noi siamo con le mani legate. Non facciamo processi, ma non possiamo neanche restare in silenzio troppo a lungo. Il Papa è stato chiaro. Su queste vicende non bisogna lasciare spazi a dubbi. Ma come facciamo a capire qual è la verità?»
«Renato, tu sai bene che io non sono mai stato un gran frequentatore di chiese, ma ho profondo rispetto. Qui vengo in veste di amico, ma sono sempre un capitano dei carabinieri. Ho bisogno che tu mi dica tutto quello che sai, nell'interesse di tutti.»
«Non potrei fare altrimenti. I preti non dovrebbero dire bugie, o almeno dovrebbero evitare di dire bugie che possano far del male.»
«I sospetti caduti su don Rosario sono notevoli, ma gli elementi trovati dai RIS lasciano alcuni dubbi, che stiamo verificando. Ma oltre ai rilievi scientifici, ho bisogno di altri riscontri. Dimmi sinceramente se la Diocesi ha mai ricevuto segnalazioni, anche informali, di sospetti sulla sua condotta. Lo so che sapete sempre tutto.»
«Senti, Eddy, in tutta franchezza devo dirti di no» fece una pausa guardandosi intorno ed abbassando la voce. «Anzi, se proprio lo vuoi sapere, l'altro caso di Pantanello era qui ben noto. Quel prete, don Giulio, ci ha dato sempre problemi. Probabilmente è stato commesso un errore di valutazione anche quando è stato ordinato sacerdote. C'erano molte voci e poi qualcuno era venuto, molto informalmente, a segnalare strani comportamenti indegni di un pastore di anime. C'è stata anche una convocazione riservata, a cui don Giulio ha partecipato serenamente, negando tutto. Ha detto sempre che ci sono alcune persone che non gradiscono la sua indipendenza intellettuale e che vogliono allontanarlo dalla parrocchia. Abbiamo forti elementi per sospettare che sia tutto vero, ma abbiamo le mani legate.»
«Ma non potevate costringerlo a confessare, minacciarlo di scomunica, che ne so... con il tribunale ecclesiastico!»
«Eddy, ma credi davvero che siamo ancora nel Medioevo? L'Inquisizione e le torture le abbiamo abolite da un pezzo, ma scusa, proprio tu mi fai questo discorso che sei un carabiniere? Se non hai prove sufficienti, che fai? Sbatti una persona in galera? O gli rovini la reputazione?»
«No, certo... che c'entra? È chiaro...» borbottò con imbarazzo.
«Ecco, come vedi, la divisa che indossiamo obbliga tutti e due a rispettare delle regole di civiltà giuridica.»
«Scusami, Renato, non volevo accusarvi di collusione, ma queste vicende mi fanno una rabbia enorme, sia come carabiniere che come genitore. Ma come è possibile che accadano? Una famiglia affida un bambino ad un sacerdote con la certezza di lasciarlo nelle mani di una guida, di un secondo padre, non di un aguzzino. È intollerabile. Dobbiamo fare qualcosa!»
«Mio caro amico, ricorda che siamo stati noi uomini a crocifiggere nostro Signore Gesù, che poco prima aveva affidato la fondazione della sua Chiesa a Pietro, pur sapendo che lo avrebbe tradito tre volte. Gesù viene crocifisso di nuovo ogni volta che un innocente soffre per causa di un fratello. La Chiesa esiste per indicare la strada della salvezza, ma Dio ha lasciato solo a noi la scelta di percorrerla. In questo mondo la Chiesa ha commesso tanti errori, perché fatta da uomini che hanno confuso la missione con il potere. Ma non giudicarla dagli atti di chi la tradisce. Un paesaggio si apprezza meglio dall'alto di una montagna che dal fondo di una valle.»
«Hai ragione. Non lo farò. Ma in questo mondo io ho un ruolo ben preciso. Ho giurato di far rispettare la legge e la legge mi dice che questi bastardi devono stare in galera. Aiutami a fare giustizia e faremo il bene di tutti.»
«Eddy, ti sto già aiutando. O credi che questo nostro colloquio sia solo una mia iniziativa? Adesso tocca a te. Con la giusta prudenza, tienimi aggiornato e fammi sapere cosa posso fare.»
«Va bene. Abbiamo due questioni da risolvere. Una ha bisogno ancora di prove e di verifiche, ma l'altra si può chiudere con un pò di ingegno.» Il capitano si distese sulla sedia, allungando la schiena. «Per ora aiutami ad incastrare quello di Pantanello. Sull'altro caso, ti terrò aggiornato.»
«Cosa intendi fare?»
«Lo costringiamo a confessare» fece sporgendosi in avanti e guardando l'amico negli occhi a breve distanza. «Dobbiamo fare in modo che quel figlio di putt... scusa, si tradisca da solo. Non so ancora come, ma ho una mezza idea. Trovami un suo collaboratore che non subisca la sua personalità e che si fidi di te. Convocalo e digli che ho bisogno di parlargli in privato, non in caserma, ma magari in parrocchia da te.»
«Farò come dici. Ma devi essere molto prudente. Mi raccomando. Non tutti sono coraggiosi ed altruisti.»
«Tu non ti preoccupare, ho bisogno solo di informazioni, non lo coinvolgerò. Ci penseremo noi ad incastrarlo. Ma tu mi devi fare una promessa. Io vi voglio aiutare a chiudere la vicenda nel migliore dei modi, ma mi devi promettere che se trovo prove sufficienti, lo caccerete via senza ripensamenti e senza finte promozioni. Conosco il metodo “promoveatur ut amoveatur”, ma non mi piace.»
«Hai la mia parola, che non è solo mia. L'importante è che fai presto.»
«Non dubitare» sorrise il capitano, con lo sguardo tagliente e risoluto del predatore.
I due amici si abbracciarono e si strinsero la mano, come facevano da ragazzi, quando non avevano divise e sognavano di cambiare il mondo.

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