La fine dell'innocenza
Capitolo 1 di un libro incompiuto
«Entra,
entra, accomodati.»
Il
prete invitò il suo ospite a sedersi su un divanetto giallo a due
posti in stile coloniale. La piccola stanza della canonica faceva da
camera da letto e da studio. Il letto con la testiera di ferro ne
occupava un angolo, insieme ad un comodino di legno grezzo, carico di
fogli, libri e matite colorate. Il resto della stanza, ad eccezione
di un vecchio armadio basso e pesante, era interamente occupato da
scaffali di ferro, su cui erano stipati centinaia di riviste, fogli
di appunti, libri e scatole di cartone chiuse con lo scotch marrone.
Su un ripiano di uno scaffale aveva trovato spazio anche un computer desktop con monitor lcd, circondato da cavi e fili elettrici, che si arrampicavano lungo i sostegni degli scaffali alla ricerca di periferiche incastrate tra i libri: una stampante, uno scanner, un adattatore multiplo per schede di memoria. A sostenere la tastiera e il mouse uno strapuntino in legno, avvitato allo scaffale con due staffe di ferro a L. Davanti una vecchia sedia da ufficio con le rotelle, riparata con il nastro adesivo americano. Qui si sedette il prete, di fronte al suo ospite, che occupava il divanetto posto ai piedi del letto.
Su un ripiano di uno scaffale aveva trovato spazio anche un computer desktop con monitor lcd, circondato da cavi e fili elettrici, che si arrampicavano lungo i sostegni degli scaffali alla ricerca di periferiche incastrate tra i libri: una stampante, uno scanner, un adattatore multiplo per schede di memoria. A sostenere la tastiera e il mouse uno strapuntino in legno, avvitato allo scaffale con due staffe di ferro a L. Davanti una vecchia sedia da ufficio con le rotelle, riparata con il nastro adesivo americano. Qui si sedette il prete, di fronte al suo ospite, che occupava il divanetto posto ai piedi del letto.
«Don
Rosario, sono venuto a chiedere cortesia...» disse l'uomo con
accento slavo. «Mi hanno detto che tu passione per foto. Tu scatta
foto in giro in campagne e boschi.»
«E
che c'entri tu con le foto?» rispose infastidito il sacerdote. Aveva
aperto la porta a quell'uomo alto e biondo, dopo che aveva richiamato
la sua attenzione bussando ai vetri della finestra della stanza, che
era al piano terra. Lo aveva fatto entrare pensando volesse
confessarsi o chiedergli aiuto.
«Mi
hanno mandato qui» fece l'uomo, cambiando l'iniziale tono da
pecorella indifesa e perdendo d'un colpo l'accento straniero.
«Qualcuno
che a te non deve interessare mi ha dato dei soldi per dirti una
cosa. Devi stare molto attento, perché sei un prete e i preti devono
solo dire la messa. Non devi mettere il naso fuori di qui. Sono
venuto a prendere i file delle fotografie e le stampe. Ti consiglio
di darmele senza fare troppe storie. Me ne andrò come sono venuto e
non mi vedrai mai più. Tu continuerai a fare il prete e nessuno si
farà male.»
«Cosa
vuoi da me? Chi ti manda? Io non ho niente che ti interessa,
niente... nessuna foto...niente, niente. Vattene via!» balbettò don
Rosario alzandosi e indietreggiando fino a toccare lo scaffale con la
schiena.
«Devi
darmi tutte le tue foto, subito!» minacciò l'uomo, scattando in
piedi e fermandosi a pochi centimetri dalla faccia del prete.
«Aiuto!
Aiuto! Immacolata! Immacolataaa!» cominciò a gridare verso
l'interno della canonica.
L'uomo
non gli lasciò il tempo di farsi sentire, strozzandogli il fiato in
gola con una mano.
«Zitto!»
impose l'aggressore sferrandogli un pugno alla bocca dello stomaco e
lasciandolo cadere a terra. Don Rosario annaspò cercando di
respirare. Alzò il braccio con la mano aperta per proteggersi e
chiedere pietà.
L'uomo
si guardò intorno e afferrò una statuetta di marmo. In un lampo fu
sul prete e cominciò a colpirlo sulla testa. Smise solo quando fu
sicuro di averlo ucciso.
§
«Vieni
avanti, forza! Non aver paura» disse il capitano dei carabinieri
Eddy Leone verso il figlioletto, intimorito dalla mole enorme e nera
del cavallo.
«Dai
Alessandro, accarezzalo, non ti fa niente...» continuò tenendo per
il morso il magnifico esemplare di frisone dal pelo scuro e
lucidissimo, “il quarto componente della famiglia” come diceva
spesso agli amici. E a chi gli chiedeva il perché di un nome così
bizzarro, con un certo vezzo il capitano Leone spiegava che
“Bucefalo” era il nome del cavallo di Alessandro Magno, il grande
condottiero greco a cui indirizzava i suoi sogni di ragazzo. Ai tempi
del Liceo rimase folgorato dalla vita e dalle gesta di
“Megalexandros”, l'allievo di Aristotele morto a trent'anni dopo
aver conquistato il più vasto impero dell'antichità.
In
un caldo pomeriggio domenicale di luglio, il capitano Leone aveva
portato il suo bimbo di sei anni al maneggio, dove aveva affidato
Bucefalo alle cure di “mastro Espedito”, il vecchio capostipite
della famiglia Landolfi, appartenente all'antica aristocrazia
terriera di Benevento, discendente – a suo dire – dai Longobardi,
che prima dell'anno Mille avevano scelto come capitale della
Langobardia Minor l'antica Beneventum.
Alex,
nonostante il suo nome lo destinasse ad esserne il cavaliere,
continuava a rifiutarsi di dominare Bucefalo, che invece ricambiava
il timore del bambino con uno sguardo e una docilità da cagnolino
domestico.
Lasciato
il piccolo Alex tra le braccia di mamma Rossana, il capitano montò a
cavallo agilmente, pronto a sgroppare verso il boschetto, mentre sua
moglie lo ammoniva con apprensione.
«Stai
attento a non cadere da quella bestia! Non dimenticare mai la fine
che ha fatto l'attore di Superman?!»
«Ciao
piccolo»
rispose il capitano, ignorando la moglie. «Guarda
con attenzione... la prossima volta vieni con me!»
Patapan,
patapan, patapan, patapan... Bucefalo trottava elegante con il suo
strano cavaliere in pantaloni mimetici, t-shirt grigioverde e anfibi.
Il capitano Leone aveva realizzato il suo sogno: sentirsi libero e
forte, con il corpo prolungato dai muscoli del cavallo, immerso negli
odori pungenti della pineta. L'ansimare di Bucefalo e la sua spinta
poderosa lo portavano in un luogo tutto suo, dove per qualche ora
poteva ritrovare serenità e concentrarsi sui suoi pensieri.
«Eddy!
Eddiii!»
gridò da lontano sua moglie, mentre si sbracciava per richiamare la
sua attenzione. Il capitano dal luccichio nella mano destra di
Rossana capì che la pace era finita. Il suo cellulare di servizio
aveva squillato e quindi qualcosa era successo.
«Chi
è?»
chiese il capitano al telefono con un po' di fiatone per la discesa
veloce da cavallo.
«Capitano,
sono il maresciallo Manganiello.
Abbiamo ricevuto una chiamata dalla parrocchia dell'Addolorata nella
frazione di Casalveiano. Dicono di aver trovato morto don Rosario
Tranfaglia. Morto ammazzato!»
«Ammazzato?»
chiese incredulo il capitano.
«Sì,
la signora che gli fa le pulizie dice che c'è sangue dappertutto e
la stanza è sottosopra.»
«Senti
Manganiello, io sto al maneggio Landolfi con la famiglia. Vienimi a
prendere, da qui siamo a pochi chilometri.»
«Porca
putt...»
cominciò ad imprecare il capitano, ma si fermò in tempo,
ricordandosi del piccolo Alex, tutto proteso ad ascoltare il suo
eroe.
§
La
pantera dei carabinieri arrivò davanti alla canonica con le sirene
che ululavano e sgommando prima di fermarsi. Il capitano, ancora in
tenuta mimetica, si lanciò verso la casa parrocchiale, seguito a
ruota dal maresciallo Manganiello, che arrancava sotto il peso della
divisa, della mitraglietta, e dei chili di troppo.
Ad
aspettarli, seduta all'ingresso con la faccia tra le mani, c'era
Immacolata, l'anziana perpetua.
«Correte,
correte, ih ih ih...»
fece la vecchia verso i due carabinieri, piangendo e lanciando grida
disperate e stridule. «L'hann 'acciso, l'hanno ucciso!» gridava la
donna mitigando il dialetto. «Come si può ffà? Come si può
uccidere no' prete! N'uomo di chiesa! Che disgrazia, che
disgraziaaa!»
«Signora,
si calmi!»
le impose il capitano con decisione. «Resti seduta qui e non si
muova. Maresciallo, chiami un'ambulanza e faccia portare via la
signora.»
Mentre
il povero Manganiello cercava di tenere a bada la donna, il capitano
entrò nella canonica e imboccò deciso la stanza del parroco. La
conosceva bene, c'era stato già una volta, quando avevano inaugurato
il campo da calcetto e don Rosario lo aveva invitato a partecipare ai
festeggiamenti.
Sul
pavimento stava il corpo del sacerdote, con le braccia larghe e il
ventre a terra. La faccia si vedeva a malapena, il cranio fracassato
l'aveva ricoperta di sangue. La stanza era sottosopra, come dopo una
violenta colluttazione. Il capitano notò subito che in fondo al
pavimento, sotto la finestra, c'era una statuetta di marmo spezzata.
Una piccola scultura in stile moderno di pessima fattura, una sfera
su una base dello stesso materiale, sormontata da un triangolo con
una fessura al centro. Un tentativo mediocre di stilizzazione del
concetto di Dio. Sulla pietra bianca si vedeva chiaramente una
macchia rosso scuro.
«Capitano!»
si sentì chiamare dal corridoio, era il tenente Zullo dei RIS, che
arrivava con tutta la squadra.
«Antonio,
vieni a vedere che casino» fece il capitano verso l'amico e collega
ufficiale, che si stava già infilando i guanti di lattice.
«Ma
che cazzo è successo qui?» esclamò il tenente alla vista della
scena. «Che ci fai vestito così? Abbiamo dichiarato guerra alla
Chiesa?» disse verso il capitano, guardandolo dall'alto in basso.
«Tonì,
non rompere. Stavo al maneggio in santa pace con la famiglia.
Ascoltami bene! Io adesso me ne vado a casa a fare una doccia. Tu
metti un po' di nastro qua attorno e non far avvicinare nessuno.
Appena hai trovato qualcosa di interessante, chiamami sul cellulare.»
«Ma
la vecchia qua fuori? Che facciamo? Continua a gridare come una
pazza.»
«Ho
fatto chiamare l'ambulanza, falla ricoverare in ospedale. Domattina
vado a farle visita e la interrogo. Stanotte metto una pattuglia di
guardia, qui tra poco comincia il pellegrinaggio.»
§
“Vincerò,
vinceeeròòò”
trillò il cellulare del capitano, con la suoneria impostata su un
acuto di Pavarotti.
«Comandi!»
rispose il capitano, con la bocca impastata dal sonno.
«Eddy,
sono Tonino» gracchiò dal telefono il tenente Zullo. «I miei
uomini hanno trovato indizi che devi assolutamente vedere. Nella
canonica ci sono prove sufficienti per arrestare subito chi ha
ammazzato don Rosario. Corri!»
«Tonì,
chiama il giudice Fragalà e dille di venire subito, sperando che non
debba passare prima dal parrucchiere...» ridacchiò il capitano. «Io
faccio prima un salto in ospedale ad interrogare la signora
Immacolata. Ci vediamo lì tra un'ora.»
Leone
si alzò dal letto senza troppa voglia, si stiracchiò con le mani
sui reni e poi diede una carezza a sua moglie, che intanto si era
svegliata e già stava andando in cucina a preparare un caffè forte.
Prima di riprendere i panni del capitano, Leone andò a svegliare il
suo piccolo principe, che dormiva serenamente tra lenzuola
bianconere. Il piccolo Alex, infatti, più che ad Alessandro Magno si
ispirava al suo idolo juventino Alessandro Del Piero, che papà Eddy
tollerava a malincuore perché tifoso del Napoli e quindi orfano
calcistico di Maradona.
«Alex,
sveglia. Dai, alzati! Oggi mamma ti porta in piscina.»
«Davvero?»
esclamò il bambino, passando dal sonno alla veglia in pochi secondi.
«Promettimi
però di non fare il matto come al solito. Non andare dove vanno i
grandi e non metterti a fare i tuffi dal trampolino. Dai! Mamma tra
poco finisce le ferie e la mattina starai con nonno Carlo.»
Leone
prese il suo caffè forte e schiumoso, che a parer suo solo Rossana è
in grado di fare così, e andò a vestirsi. Quando rientrò per
salutare la famiglia, era già ridiventato il capitano, con la
divisa, le stellette e la Beretta 92FS nella fondina. Il piccolo
Alessandro lo guardò orgoglioso e lo abbracciò forte, stando
attento a non sciupargli la giacca. Non
fare troppo il duro,
pensò il capitano rimproverandosi.
§
Imboccando
il corridoio bianco dell'ospedale, il capitano vide il carabiniere di
guardia davanti alla porta della signora Immacolata.
«Non
c'è bisogno di piantonarla»
gli disse sottovoce il capitano. «Chi ti ha dato quest'ordine?»
«Il
maresciallo Manganiello, capitano!» rispose il giovane carabiniere,
rosso in viso per il rimprovero.
«Va
bene, va bene. Adesso torna in caserma e dì al maresciallo di
raggiungermi subito»
gli ordinò accomodante. «Come sta la signora? Si è calmata?»
«Ieri
sera piangeva in continuazione, poi devono averle dato dei sedativi e
si è addormentata» rispose il ragazzo, che poi si allontanò
facendo il saluto militare.
Il
capitano entrò nella stanza dove la vecchietta stava ancora
dormendo. La stanza piccola e luminosa era invasa da un tanfo
nauseante. Aprì la finestra e prese una sedia per mettersi accanto
al letto.
«Signora,
signora Immacolata...»
cominciò a chiamarla dolcemente, toccandole una mano.
La
donna riaprì gli occhi e sobbalzò, vedendo il capitano di fianco.
«Signora,
non abbia paura. Sono il capitano Leone. Sono qui per farle qualche
domanda, ma se vuole posso tornare più tardi.»
«Nooo,
mò mi sveglio. Uhmmm... che male 'e capo!»
biascicò la vecchia, lamentandosi ad ogni movimento. «Pigliami no'
poco d'acqua, là sopra il comodino!» ordinò al capitano, che
ubbidiva docilmente.
«Signora,
come vi sentite?»
le chiese per accertarsi che era pronta a parlare. Lei fece di sì
con la testa mentre sorseggiava l'acqua minerale. «Adesso, con molta
calma, raccontatemi che cosa avete visto ieri pomeriggio. Non vado di
fretta. Non vi preoccupate!»
«Ieri
è successo 'o finimondo!»
attaccò la signora. «Io stavo dormendo sopra una sedia nella camera
mia, dopo che avevo messo a posto la cucina. Tutt'insieme, sento un
rumore forte e mi sveglio. Esco dal corridoio e entro nella camera di
don Rosario. Oh madonna mia bella!» Si portò le mani al viso,
cominciò a piangere e continuò a raccontare tra i singhiozzi. «L'ho
visto lì, morto! Tutto il sangue a terra! La roba tutta buttata per
l'aria... e cominciai a chiamare aiuto. Poi ho sentito da fuori il
rumore forte di una macchina che partiva... sono uscita fuori e ho
visto la macchina che s'allontanava di corsa. E poi tornai dentro e
chiamai i carabinieri... Oh mamma mia! Oh madonna mia bella... che
disgrazia, che disgraziaaa!»
«Signora,
non vi agitate che vi fa male alla salute»
le rimproverò con gentilezza il capitano. «Dunque, voi avete
trovato il corpo di don Rosario a terra e avete sentito e visto una
macchina allontanarsi. Siete riuscita a vedere che tipo di macchina
era? Il modello? Forse la targa?» chiese il capitano già presagendo
la risposta.
«Figlio
mio, io non so leggere. Non ne capisco di macchine... mi pareva una
macchina piccola, come quella di don Rosario. Mi ricordo che era
rossa. Ah, pensandoci ben, dietro c'era un gancio, con una specie di
palla sopra.»
«Che
ora era?»
«Potevano
esse le tre e mezza.»
«Voi
avevate confidenza con don Rosario?»
«Sì,
ma non posso sapere tutti i fatti suoi.»
«Ultimamente
vi è sembrato strano? Vi ha parlato di qualcosa che lo preoccupava?»
«Mi
pare di no. Padre Rosario era una persona tranquilla. O lo trovavi a
dire la messa, oppure stava all'oratorio con i ragazzi. Si è
comprato pure il computer e dopo mangiato stava sempre davanti a quel
coso. Mi diceva sempre: Immacolà,
hai visto? Non hai imparato a leggere, mò te insegno ad usare il
computer!
E io gli dicevo che 'ste cose sono diavolerie» e ricominciò a
piangere.
«Signora,
ultimamente don Rosario ha fatto qualcosa di strano, o qualcosa di
diverso dal solito?»
«Mah,
pensandoci bene... ultimamente usciva spesso a fare fotografie.
Usciva e se portava appresso la macchinetta che gli avevano regalato
i ragazzi della parrocchia per il compleanno. Quando tornava si
chiudeva dentro la stanza e si metteva al computer. Teneva sempre le
scarpe sporche... e io lo rimproveravo: don
Rosà
- gli dicevo - ma
avete combinato 'ste scarpe! Sono piene di terra!»
«Aveva
le scarpe sporche di fango?»
la interruppe il capitano per verificare di aver capito bene.
«Sì.
Io gli chiedevo: ma
dove andate con 'ste scarpe?,
e lui mi diceva: Immacolata,
sto facendo una cosa importante. Stai tranquilla!»
«Quanto
tempo restava fuori per fare fotografie?»
«Mah...
a volte un'ora, a volte due, a volte tutta la mattina, o la sera
tardi.»
«Vi
ricordate se andava da solo o con qualcuno?»
«Che
so io, andava solo. Ma ci stava un ragazzo che l'aiutava con il
computer, Giovanni. Serve la messa e l'aiuta a fare tante cose in
chiesa.»
«Dove
lo trovo questo Giovanni?»
«Abita
vicino la chiesa. Tiene una ventina d'anni. Sta con la mamma. Il
padre è morto tanti anni fa. Giovanni Conte si chiama. È nu buono
guaglione.»
«Va
bene, signora. Vi ringrazio. Adesso riposatevi. Pensate alla vostra
salute.»
«Scopritelo
e arrestatelo quel delinquente che l'ha ucciso!»
gridò l'anziana perpetua in un crescendo assordante di pianti e
singhiozzi.
§
Le
zaffate del profumo della dottoressa Carmela Fragalà, detta Milly,
si sentivano a cento metri. Ascoltava il tenente Zullo e prendeva
appunti su una moleskine nera, con lo sguardo nascosto da un enorme
paio di occhiali da sole stile vintage anni sessanta.
Appena
vide arrivare il capitano Leone verso la canonica, accompagnato dal
maresciallo Manganiello, lasciò di sasso il tenente e si diresse
verso di lui.
«Capitano,
qui ci vuole molta prudenza, eh!»
annunciò con la sua voce stridula.
«Giudice,
ce ne metteremo quanto basta.»
«Non
faccia lo spiritoso. Sa bene che ho un'indagine delicata in corso per
un altro prete. Ho gli occhi addosso di un esercito di bigotte. Ci
mancava solo un omicidio!»
«Dottoressa,
volevo solo dire che abbiamo ancora pochi elementi» rispose il
capitano digrignando i denti, con uno sguardo che lasciava capire
anche alle pietre quanto non sopportasse quella donna, così boriosa
e ipocrita. Le ricordava maledettamente la sua professoressa di
latino del Liceo, una strega bassa e ossuta con una montagna di
capelli color cacca di cane, una faccia affilata dominata da un naso
appuntito, sotto cui ciarlavano le labbra grinzose, riconoscibili
solo grazie ad un abbondante ed atroce rossetto scarlatto.
«Senta
capitano, da quel che ho sentito dal tenente esistono elementi
sufficienti per arrestare l'assassino. Le lascio ventiquattr'ore per
trovare un movente decente e mettergli le manette. Si dia da fare,
questo caso è talmente facile che anche un idiota riuscirebbe a
risolverlo.»
«Benissimo
dottoressa! Ci metteremo subito a lavoro. Domani le farò un rapporto
dettagliato.»
Il
giudice Fragalà annuì seccata con il naso all'insù e si girò su
se stessa con uno scatto netto sulle gambette corte e magre,
lasciando al suo posto una nube nauseante di profumo dolciastro.
«Capità,
lasciatela perdere - intervenne
il maresciallo Manganiello - è solo una zitella inacidita.
Piuttosto, il fatto che diceva è vero. Qualche mese fa è scoppiato
uno scandalo grosso. C'è stata una denuncia di una famiglia di
Pantanello contro il parroco, per molestie sessuali nei confronti di
un bambino. Pare che questo prete abbia tentato un approccio intimo,
ma il bambino è scappato via e ha raccontato tutto ai genitori.
Questi l'hanno denunciato, ma l'accusato nega tutto. Dice che il
bambino ha frainteso un gesto d'affetto, mentre la mamma sostiene che
il figlio ha raccontato dettagli che non lasciano dubbi. Insomma,
adesso le indagini sono sotterranee, perché la Curia ha chiesto alla
dottoressa Fragalà di non divulgare troppo la cosa fino a quando i
fatti non saranno accertati senza dubbi. E come se non bastasse, da
una parte c'è la famiglia del bambino che è infuriata e dall'altra
un gruppo di parrocchiani che difende il prete a spada tratta,
minacciando il vescovo di proteste clamorose se dovesse allontanarlo
dalla parrocchia.»
«Capitano,
corri, vieni a vedere cosa abbiamo trovato!»
richiamò l'attenzione il tenente Zullo con ampi gesti delle mani.
«Arrivo
Tonino! - poi
rivolto al maresciallo - Manganiè, stamattina ho interrogato la
signora Immacolata all'ospedale. Mi ha detto di aver visto solo
un'auto sfrecciare via. Fai un giro nei dintorni e vedi se trovi
qualcosa: una traccia, una sgommata... vai!»
Il
tenente fece segno al capitano di seguirlo verso la camera da letto
della canonica.
«Eddy,
i miei uomini hanno setacciato la stanza e hanno trovato tracce
notevoli. Diciamo che il caso sembrerebbe già chiuso, o quantomeno,
come dicevo alla Fragalà, abbiamo una pista.»
«Però...»
lo invitò a proseguire, intuendo che aveva qualche incertezza sulla
stomaco.
«Però
ci sono delle cose che non mi quadrano. Siamo riusciti ad entrare nel
computer ed abbiamo trovato nell'hard disk cartelle piene zeppe di
materiale pedo-pornografico, tutti file scaricati da internet,
essendo in peso e formato per il web. Ci sono due circostanze strane.
Primo, il computer non aveva password. Mi chiedo: ma uno che ha
quella roba sul pc non mette una password? Secondo, cartelle e file
hanno un'unica data e orario di creazione.»
«Quale?»
«Ieri
pomeriggio, alle ore 15.»
«Vuoi
dire che don Rosario le ha copiate sul pc ieri per la prima volta,
poco prima che qualcuno entrasse per ucciderlo?»
«Come
fai a sapere che è stato ucciso a quell'ora?»
«Stamattina
ho interrogato la signora Immacolata, la perpetua, che mi ha
raccontato di essere stata svegliata ieri da una macchina che fuggiva
veloce verso le 3 e mezza.»
«Ah...
Ma la cosa più strana è la macchina fotografica. È una reflex
digitale con la memoria asportabile. Non ha l'hard disk interno.
Sulla memory card abbiamo trovato altro materiale pedopornografico,
foto scattate con la stessa macchina. Le abbiamo visionate ed abbiamo
subito notato che ritraggono tutte lo stesso soggetto in scene di
abusi. Si tratta di un bambino della zona. Ne abbiamo la certezza
perché uno dei miei uomini lo ha riconosciuto, è il compagno di
scuola del figlio. Questo bambino ha un ritardo mentale, una forma di
autismo, ed ha bisogno di un insegnante di sostegno. La famiglia non
se la passa benissimo e, non potendosi permettere una babysitter,
affidava spesso il ragazzino a don Rosario.»
«E
allora che idea ti sei fatto su chi può averlo ucciso?»
«C'è
un indizio che non darebbe dubbi. Abbiamo trovato a terra un
cellulare, probabilmente caduto di tasca all'assalitore nella
concitazione. Abbiamo controllato la scheda. Risulta intestata a
Pasquale Vincenzi, padre del bambino in fotografia.»
«Il
caso sembra molto chiaro. Aveva ragione Milly Fragalà. Ma allora
perché ti sembra strano?»
«C'è
qualcosa che non quadra con i tempi.»
«Puoi
verificare l'ora e il giorno degli scatti sulla memory card?»
«Certo,
è facile. Adesso ti faccio vedere.»
Zullo accese il pc e collegò la macchina fotografica. Con molta
padronanza, entrò nella memory card ed aprì la cartella con i file
fotografici.
C'erano
circa cinquanta foto, che ritraevano il bambino in varie scene. Il
capitano si rese conto che poteva avere l'età di suo figlio. Si
vedeva solo il bambino. Chi scattava lo teneva forte con una mano e
con l'altra scattava le foto.
«Eddy!
Le foto sono state scattate tutte lo stesso giorno, l'altro ieri!
Dalle 13.30 alle 14! Porca puttana, ma perché
quel materiale è stato copiato sul pc poco prima che lo uccidessero?
E come mai proprio nello stesso lasso di tempo don Rosario ha fatto
le foto? È diventato pedofilo in due giorni?»
«Potrebbe
aver avuto l'accortezza di fare spesso il back-up dei dati su un
supporto esterno, nascosto da qualche parte. Devi far analizzare
accuratamente le operazioni compiute sul pc. Voglio sapere tutto
quello che c'ha fatto da quando l'ha cominciato ad usare! Chiaro?
Tonì,
non perdiamo altro tempo. Chiama il giudice Fragalà e falle un
rapporto dettagliato su quanto hai scoperto.»
Uscì
nel corridoio e chiamò a gran voce verso l'aperta campagna
«Manganiello! Maresciallooo!»
«Agli
ordini capitano!» rispose Manganiello tornando di corsa e ansimando.
«Prendi
due uomini e vai a prelevare un certo Pasquale Vincenzi. Abita qui
vicino. Quelli del RIS hanno l'indirizzo. Manganiè, una
raccomandazione... andate senza sirene e mettetegli le manette solo
se fa resistenza. Portatelo in caserma che voglio interrogarlo
subito.»
«Agli
ordini!»
«Aspetta!
- continuò
il capitano abbassando il tono - Questo Vincenzi ha un figlio di
circa sei anni. Ha un handicap mentale. Fai venire uno psicologo al
comando. Vai!»
Il
computer era ancora acceso e le immagini del bambino continuavano a
gridare aiuto dal monitor. Il capitano con un gesto secco tirò via
il cavo elettrico dalla presa e spense tutto. Una forte nausea gli
prese la gola, uscì fuori, fece il giro della casa e vomitò dietro
un albero di limoni.
§
«Voi
siete usciti pazzi! Io non c'entro niente! Niente!»
gridava come un ossesso Pasquale Vincenzi nell'ufficio del capitano
Leone. L'uomo aveva quarant'anni, ma ne dimostrava sessanta.
Grassoccio e calvo, tranne qualche ciuffo sparuto su una testa
grossa, con due enormi lobi penduli e un naso alla Bartali. I vestiti
sporchi di calce e le mani grosse e tozze facevano capire che era un
povero cristo, probabilmente un operaio a giornata, di quelli che
lavorano a nero tutta la vita, rischiando di rompersi il collo da
un'impalcatura.
«Signor
Vincenzi, io le assicuro che se chiariamo subito questa storia, lei
subirà la minore condanna possibile»
incalzò il capitano. «Dagli indizi che abbiamo trovato lei è
sospettato di omicidio preterintenzionale, o forse premeditato. Lei
avrebbe ucciso nel pomeriggio di ieri, a mani nude e con l'ausilio di
un pezzo di marmo, don Rosario Tranfaglia, dopo aver scoperto che lo
stesso aveva abusato del suo bambino. Se lei confessa subito, le
assicuro che metteremo a verbale che è venuto lei stesso a
costituirsi.»
«Capità,
io di questa storia non so niente!»
rispose Vincenzi con la voce rotta dal pianto, mentre sudava e
sbiancava. «A mio figlio? Che è successo? Che ha fatto don Rosario?
Io, io, io...» non fece in tempo a finire la frase che svenne d'un
colpo. Il maresciallo Manganiello lo afferrò in tempo prima che si
spaccasse la faccia sul pavimento.
«Prendete
un po' d'acqua fresca!»
ordinò il capitano, mentre scambiava uno sguardo pieno di stupore
con il maresciallo. Avevano interrogato delinquenti della peggiore
specie, assassini, stupratori, ladri, ma pochi reagiscono a quel
modo.
«Signor
Vincenzi, mi ascolti. Vuole che le chiami un medico? Beva un sorso
d'acqua»
chiese il capitano alzandosi dalla scrivania, mentre il maresciallo
aiutava l'uomo a rinvenire.
«Noo,
capità. Adesso va meglio, ma lasciatemi andare, vi prego - implorò
piangendo e singhiozzando - Io non ho fatto niente, niente... lo
giuro!»
Oggi
piangono tutti, pensò
il capitano, ricordando l'interrogatorio della signora Immacolata.
«Ascolti,
signor Pasquale. Io sono un padre di famiglia come lei. Ho un figlio
che ha l'età del suo. Se lei avesse commesso questo delitto in preda
all'ira, non dico che la giustificherei, ma potrei capirla. Qualunque
giudice le darebbe tutte le attenuanti. Lei è anche incensurato.
Umanamente io le sono vicino. Qualunque padre avrebbe perso la testa.
Si faccia aiutare, la prego. Se è stato lei a picchiarlo a morte, lo
confessi. Noi faremo risultare spontanea la confessione e lei potrà
avere un'ulteriore attenuante.»
«Capità,
mi dovete credere -
disse l'uomo, ansimando e respirando profondamente, mentre continuava
a sudare - se sapevo che don Rosario approfittava di mio figlio,
venivo io subito qua a denunciarlo. Ma io nun ce credo! Don Rosario è
un santo. Ci ha aiutato tante volte. E vi giuro sulla croce che sta
dietro a voi che io non ho fatto nulla. E così sono sicuro che don
Rosario non ha toccato mai a mio figlio Gabriele!»
«Come
spiega allora che accanto al cadavere abbiamo trovato il suo
cellulare?»
«Non
ve lo so dire. Stamattina lo tenevo a casa. Lo lascio sempre in giro
senza farci troppo caso, ma sono sicuro che stava a casa. Mia moglie
l'ha comprato e mi rimprovera se non lo uso. Spesso Gabriele ci
giocava, perché tanto io mi dimentico sempre di portarmelo appresso.
Non so come è finito là. Credetemi, vi prego.»
Il
capitano Leone già si aspettava che con le prove attuali la giudice
Fragalà non avrebbe esitato un minuto a mettergli le manette. E lui
non poteva fare altro che prendere le misure precauzionali.
«Signor
Vincenzi, mi ascolti bene. Adesso lei andrà con i miei uomini, che
le rileveranno le impronte digitali. Chiami subito un avvocato e
faccia in modo di stare tranquillo. Se lei è innocente come dice, le
do la mia parola d'onore che farò di tutto per scagionarla. Si fidi
di me.»
«Grazie
capitano, grazie»
guaì intontito l'uomo cercando di baciargli la mano, che Leone
ritrasse di scatto.
«Vada,
vada!»
«Maresciallo,
ha fatto venire lo psicologo?»
«Sì,
è di là – annunciò
con uno strano ammiccamento - È una
psicologa, la dottoressa Cinzia Raggi.»
«La
faccia entrare.»
Dalla
porta dell'ufficio entrò quella che ogni uomo sano di mente
definirebbe un gran pezzo di ragazza. Non molto alta, ma decisamente
giovane, bella e prosperosa, circondata da un profumo fresco, che
pizzicava il naso.
«Si
accomodi!»
le fece cenno il capitano deglutendo vistosamente. «Sono il capitano
Leone e avrei bisogno delle sue competenze» aggiunse mentre i suoi
occhi cadevano inesorabilmente sulla bocca carnosa.
«Sono
a sua disposizione» rispose pronta e sorridente la psicologa,
abituata com'era a tollerare maliziosamente l'imbarazzo degli uomini
che incontrava.
«Abbiamo
un caso di omicidio per vendetta. Dagli indizi riscontrati fin'ora,
sembrerebbe che un padre accecato dall'ira abbia ucciso un sacerdote
sospettato di pedofilia» disse il capitano tutto d'un fiato,
dominando l'impatto ormonico iniziale. «Ho bisogno che lei
interroghi un bambino di sei anni con un ritardo mentale. Ho bisogno
che lei riesca a scoprire cosa ricorda del pomeriggio di ieri.
Abbiamo trovato delle foto che gli ha scattato il pedofilo lo stesso
giorno, certamente tra l'una e mezza e le due. Ho evitato che lo
portassero qui per non spaventarlo. Andrà a casa sua. La
accompagnerà il maresciallo Manganiello.»
Appena
sentito l'ordine del capitano, il maresciallo divenne un enorme
peperone trentenne e cominciò a sorridere come un ebete verso
l'avvenente psicologa.
«Agli
ordini capitano!»
rinvenne Manganiello e scattò sugli attenti, irrigidendosi
goffamente.
«Maresciallo,
tranquillizza la signora Vincenzi. Dille che suo marito è stato
trattenuto per accertamenti e che per ora nessuno lo accusa di
niente. Spiegale che abbiamo bisogno di parlare con il bambino, anche
in sua presenza, nell'interesse suo e del marito. Lungo il tragitto
ragguaglia la dottoressa Raggi sugli altri dettagli dell'inchiesta.»
Poi rivolto alla psicologa, ma stavolta con tono deciso, sordo alle
tentazioni del fascino ammaliatore, «Dottoressa, lei faccia in modo
di scoprire il più possibile. Poi riferisca al maresciallo.» Con
l'ultimo ordine, anche se con un po' di rammarico, si sentì come
Ulisse legato all'albero della nave per ascoltare e resistere al
canto delle sirene.
§
«Tonì,
sono Eddy» disse il capitano al telefono. «Ho fatto arrestare il
sospettato e gli sto facendo prendere le impronte digitali.»
«E
io cosa devo fare?»
rispose conciliante il tenente Zullo.
«Devi
prendere la statuetta con cui è stato ucciso don Rosario e vedere se
sopra ci sono impronte digitali compatibili con quelle di Pasquale
Vincenzi.»
«Non
dovremmo aspettare l'ordine del giudice per aprire l'inchiesta?»
«Tonì,
la dottoressa Fragalà mi ha detto che vuole un rapporto entro 24
ore. Io lo sto scrivendo e dentro ci scrivo che le prove a carico del
Vincenzi sono insufficienti. E tu, da ora in poi parli solo con me?
Hai capito?»
«Agli
ordini»
rispose il tenente rassegnato.
«Poi
fai un'altra cosa per me. Il maresciallo mi ha detto di aver trovato
delle tracce di pneumatici dietro la canonica che vanno verso il
fiume. Vedi un pò di che si tratta... ah, e poi dai ordine ai tuoi
criceti di laboratorio di muoversi a scoprire le azioni compiute
sull'hard disk nell'ultimo mese. Dai!»
«Agli
ordini!»
«Capitano,
c'è una chiamata per lei»
interruppe il brigadiere Farina, passandogli il portatile.
«Pronto!»
«Egregio
capitano»
rispose all'apparecchio una voce antipatica e stridula. «Sono il
giudice Fragalà. Le faccio i miei complimenti per l'arresto
dell'omicida. Sto aprendo il fascicolo per le indagini preliminari,
in modo da convalidare la custodia cautelare in carcere.»
«Dottoressa,
guardi, le cose non stanno proprio così»
annunciò deciso il capitano.
«E
come stanno?»
«Il
signor Vincenzi non può essere il principale indiziato. Mancano
prove sufficienti.»
«Ma
se hanno trovato il suo cellulare sulla scena del delitto?»
«Questa
non prova nulla. Pare che lo lasciasse spesso in giro e che il figlio
ci giocasse abitualmente. È possibile che il bambino l'abbia portato
con sé nella canonica, dato che la frequentava ogni giorno.»
«Ma
come fa ad essere certo che non sia il colpevole e che magari possa
scappare?»
«Perché
sull'arma del delitto, ovvero sulla statuetta di marmo, non ci sono
le sue impronte.»
«E
come fa a saperlo?»
«Ho
chiesto al tenente Zullo una verifica rapida, che mi è già arrivata
sulla scrivania. Gli uomini del RIS sono sempre più efficienti, non
trova?»
«Beh,
direi che è fulminea. Allora che fa, lo lascia andare?»
«Sì,
ma con obbligo di non allontanarsi dal paese. Altrimenti lo mettiamo
dentro.»
«Mah,
la cosa mi lascia comunque di sasso. Non so cosa pensare a questo
punto. Chi ha ucciso don Rosario? Qui si apre un fronte caldissimo.
Mi massacreranno, letteralmente, se la cosa viene fuori.»
«Allora
facciamo così, dottoressa. Convochi la stampa e dichiari che
sospettiamo di un omicidio per rapina e che si sospetta una banda di
immigrati clandestini, probabilmente albanesi. Tanto i giornalisti
con i delinquenti albanesi ci godono sempre e ce li togliamo di
torno. Tenga nascosto il ritrovamento del materiale pedopornografico.
Gli avvoltoi passeranno il tempo a dare voce ai politici di destra
che propongono di chiudere le frontiere, e a quelli di sinistra che
avranno sempre qualcosa da ridire.»
«Il
suo atteggiamento è decisamente inopportuno, e il suo tono non mi
piace, ma forse questa volta ha ragione. Farò come dice lei.»
Chiuse
la telefonata con un brivido freddo lungo la schiena. Speriamo
che Tonino non trovi le impronte di Vincenzi sulla statuetta,
pensò grattandosi la testa.
«Brigadiere!»
richiamò l'attenzione del carabiniere che aveva assistito a tutta la
scena fin dall'interrogatorio, e che ora lo guardava a bocca
spalancata. «Non mi guardare come un cretino! Aggiusta il verbale e
fai liberare il Vincenzi. Digli che se si muove di un passo da casa
sua senza dirmelo, lo sbatto in galera e butto la chiave!»
§
Gli
scaloni salivano imponenti nel corpo del palazzo arcivescovile. Tac,
tac, tac, le suole delle scarpe lucide risuonavano sui gradini di
travertino. Dalle cornici dorate arrivavano gli sguardi di papi e
vescovi, rappresentati con vesti sfarzose e piglio da regnanti. Il
capitano Leone si tolse il berretto e lo mise sotto l'ascella
sinistra. Davanti a lui, in cima alle scale, ad aspettarlo c'era don
Renato Palermo, suo amico d'infanzia e compagno di banco del Liceo,
ora responsabile dell'ufficio pastorale della Diocesi. Aveva un
completo nero, compresa la camicia, da cui spiccava il bianco del
colletto. Era un giovane ormai maturo, con i capelli biondi corti e
un principio di calvizie che ne rendeva la fronte ampia. A
completarne la forte somiglianza con Elvis Costello un paio di
occhiali dalla montatura in plastica nera.
«Uè,
carissimo, vieni, che piacere rivederti»
lo accolse sorridente don Renato, cingendo l'amico con un abbraccio
sincero.
«Renato,
o scusa... don Renato, ti trovo proprio bene. Hai messo anche un po'
di pancetta. Per fortuna che il nero sfina, eh eh eh...»
«Non
sfottere, Eddy. Indossiamo tutti e due la divisa, che porta gioie e
dolori.»
«Quanto
è vero, Renato mio. Ho bisogno di parlarti in privato.»
«Vieni
con me. Seguimi»
disse il sacerdote, tirandolo affettuosamente per un braccio. Si
diressero in silenzio verso una stanza in fondo ad un lungo
corridoio, intervallato da busti ed enormi quadri. Entrati nel
piccolo studio, chiuse la porta alle loro spalle. La stanza aveva due
pareti occupate interamente da scaffali zeppi di libri. In mezzo una
pesante scrivania in noce e tre sedie in pelle di fine ottocento. A
ricordare il XXI secolo c'era solo il notebook aperto sulla
scrivania.
«Siediti,
qui stiamo tranquilli. Parla pure, ti ascolto.»
«Renà,
non ti dico niente che tu non sappia già. Sai dell'omicidio di don
Rosario.»
«Purtroppo
sì. Abbiamo saputo anche del padre del bambino. Non è un momento
facile. Ci sono troppe vicende che arrivano come macigni. Il vescovo
proprio ieri mi diceva che dobbiamo sperare che i tempi della
giustizia siano celeri, altrimenti anche noi siamo con le mani
legate. Non facciamo processi, ma non possiamo neanche restare in
silenzio troppo a lungo. Il Papa è stato chiaro. Su queste vicende
non bisogna lasciare spazi a dubbi. Ma come facciamo a capire qual è
la verità?»
«Renato,
tu sai bene che io non sono mai stato un gran frequentatore di
chiese, ma ho profondo rispetto. Qui vengo in veste di amico, ma sono
sempre un capitano dei carabinieri. Ho bisogno che tu mi dica tutto
quello che sai, nell'interesse di tutti.»
«Non
potrei fare altrimenti. I preti non dovrebbero dire bugie, o almeno
dovrebbero evitare di dire bugie che possano far del male.»
«I
sospetti caduti su don Rosario sono notevoli, ma gli elementi trovati
dai RIS lasciano alcuni dubbi, che stiamo verificando. Ma oltre ai
rilievi scientifici, ho bisogno di altri riscontri. Dimmi
sinceramente se la Diocesi ha mai ricevuto segnalazioni, anche
informali, di sospetti sulla sua condotta. Lo so che sapete sempre
tutto.»
«Senti,
Eddy, in tutta franchezza devo dirti di no»
fece una pausa guardandosi intorno ed abbassando la voce. «Anzi, se
proprio lo vuoi sapere, l'altro caso di Pantanello era qui ben noto.
Quel prete, don Giulio, ci ha dato sempre problemi. Probabilmente è
stato commesso un errore di valutazione anche quando è stato
ordinato sacerdote. C'erano molte voci e poi qualcuno era venuto,
molto informalmente, a segnalare strani comportamenti indegni di un
pastore di anime. C'è stata anche una convocazione riservata, a cui
don Giulio ha partecipato serenamente, negando tutto. Ha detto sempre
che ci sono alcune persone che non gradiscono la sua indipendenza
intellettuale e che vogliono allontanarlo dalla parrocchia. Abbiamo
forti elementi per sospettare che sia tutto vero, ma abbiamo le mani
legate.»
«Ma
non potevate costringerlo a confessare, minacciarlo di scomunica, che
ne so... con il tribunale ecclesiastico!»
«Eddy,
ma credi davvero che siamo ancora nel Medioevo? L'Inquisizione e le
torture le abbiamo abolite da un pezzo, ma scusa, proprio tu mi fai
questo discorso che sei un carabiniere? Se non hai prove sufficienti,
che fai? Sbatti una persona in galera? O gli rovini la reputazione?»
«No,
certo... che c'entra? È chiaro...»
borbottò con imbarazzo.
«Ecco,
come vedi, la divisa che indossiamo obbliga tutti e due a rispettare
delle regole di civiltà giuridica.»
«Scusami,
Renato, non volevo accusarvi di collusione, ma queste vicende mi
fanno una rabbia enorme, sia come carabiniere che come genitore. Ma
come è possibile che accadano? Una famiglia affida un bambino ad un
sacerdote con la certezza di lasciarlo nelle mani di una guida, di un
secondo padre, non di un aguzzino. È intollerabile. Dobbiamo fare
qualcosa!»
«Mio
caro amico, ricorda che siamo stati noi uomini a crocifiggere nostro
Signore Gesù, che poco prima aveva affidato la fondazione della sua
Chiesa a Pietro, pur sapendo che lo avrebbe tradito tre volte. Gesù
viene crocifisso di nuovo ogni volta che un innocente soffre per
causa di un fratello. La Chiesa esiste per indicare la strada della
salvezza, ma Dio ha lasciato solo a noi la scelta di percorrerla. In
questo mondo la Chiesa ha commesso tanti errori, perché fatta da
uomini che hanno confuso la missione con il potere. Ma non giudicarla
dagli atti di chi la tradisce. Un paesaggio si apprezza meglio
dall'alto di una montagna che dal fondo di una valle.»
«Hai
ragione. Non lo farò. Ma in questo mondo io ho un ruolo ben preciso.
Ho giurato di far rispettare la legge e la legge mi dice che questi
bastardi devono stare in galera. Aiutami a fare giustizia e faremo il
bene di tutti.»
«Eddy,
ti sto già aiutando. O credi che questo nostro colloquio sia solo
una mia iniziativa? Adesso tocca a te. Con la giusta prudenza,
tienimi aggiornato e fammi sapere cosa posso fare.»
«Va
bene. Abbiamo due questioni da risolvere. Una ha bisogno ancora di
prove e di verifiche, ma l'altra si può chiudere con un pò di
ingegno.»
Il capitano si distese sulla sedia, allungando la schiena. «Per ora
aiutami ad incastrare quello di Pantanello. Sull'altro caso, ti terrò
aggiornato.»
«Cosa
intendi fare?»
«Lo
costringiamo a confessare»
fece sporgendosi in avanti e guardando l'amico negli occhi a breve
distanza. «Dobbiamo fare in modo che quel figlio di putt... scusa,
si tradisca da solo. Non so ancora come, ma ho una mezza idea.
Trovami un suo collaboratore che non subisca la sua personalità e
che si fidi di te. Convocalo e digli che ho bisogno di parlargli in
privato, non in caserma, ma magari in parrocchia da te.»
«Farò
come dici. Ma devi essere molto prudente. Mi raccomando. Non tutti
sono coraggiosi ed altruisti.»
«Tu
non ti preoccupare, ho bisogno solo di informazioni, non lo
coinvolgerò. Ci penseremo noi ad incastrarlo. Ma tu mi devi fare una
promessa. Io vi voglio aiutare a chiudere la vicenda nel migliore dei
modi, ma mi devi promettere che se trovo prove sufficienti, lo
caccerete via senza ripensamenti e senza finte promozioni. Conosco il
metodo “promoveatur ut amoveatur”, ma non mi piace.»
«Hai
la mia parola, che non è solo mia. L'importante è che fai presto.»
«Non
dubitare»
sorrise il capitano, con lo sguardo tagliente e risoluto del
predatore.
I
due amici si abbracciarono e si strinsero la mano, come facevano da
ragazzi, quando non avevano divise e sognavano di cambiare il mondo.

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