sabato 15 agosto 2009

Matrimoni, cascate, strade di fango.

Fellofelloni, followers, farfalloni. Sono in Laos che con il dito schiaccio il pulsante rewind, torno indietro di qualche giorno, 4 o 5, fino a quando non sono a Sapa, nel nord del Vientam. Ne e' passata di acqua sotto i ponti, ne e' passata talmente tanta che mi tocchera' spendere questa giornata piovosa per descrivere tutto.

E' sabato mattina a Sapa, e c'e' molto movimento. La gente facoltosa di Hanoi viene a Sapa per godersi il fresco ed e' interessante vedere il turismo locale mescolato con quello internazionale. Il piano per oggi e' noleggiare una motocicletta ed esplorare i dintorni. Sono solo, salgo in sella e parto. Il paesaggio e' mozzafiato, le strade in condizioni pessime. Mi dirigo verso le montagne, mi fermo a contemplare una cascata mozzafiato, alta 400 metri, e faccio colazione in una tenda con 2 spiedini di pollo ed un uovo sodo: in asia a colazione non si mangiano cose diverse rispetto alla cena o al pranzo. Mi rimetto in sella, prendo una strada secondaria. Dopo un'ora di guida il paesaggio scorre piacevole, sto scendendo e sento l'aria che si scalda. Ovunque butto gli occhi vedo foresta, risaie, banani e cascate. La maggior parte delle persone che incontro per strada indossa i vestiti tradizionali delle tribu' alle quali appartengono. Sono tutti sorridenti ed i bambini gridano Hallooo al mio passaggio. Dopo un'ora di guida la strada asfaltata finisce, vedo poco lontano un grande villaggio fatto di case di legno, decido di proseguire fino al villaggio. La strada e' fatta di terra, roccia e fango, ed e' ridotta male, c'e' il sole e fa caldo. Da una costruzione arriva della musica ad alto e vedo delle persone davanti. Penso che sia un ristorante: sono le 12, ho fame. Provo a comunicare con qualcuno davanti, mi invita ad entrare e... sorpresa. Non e' un ristorante. E' un matrimonio. La gente quando mi vede rimane dapprima sorpresa, poi comincia a sballottarmi. Mi fanno sedere vicino alla sposa che e' l'unica che mastica qualche parola di inglese, cominciano a scattare un sacco di foto di me con la sposa, con lo sposo. La sposa indossa uno splendido vestito bianco di seta, con fiori rossi stampati, lo sposo ha una camicia e pantaloni. La sposa mi dice che si sente molto fortunata della mia presenza e mi chede se voglio rimanere per pranzo, certo che rimango, e chi se la perde una baracca del genere. Mi prendono, mi fanno foto, mi sballottano in qua ed in la'. Poi cominciano con i brindisi. Il 15 minuti sono ubriaco di vino di riso. Ho dovuto brindare con tutti, uno ad uno, ed ad ogni brindisi dovevo finire il bicchiere. Nessuno parla inglese, mi ingozzano di cibo. E poi... karaoke! Mi hanno fatto cantare, una canzone per uno. Avevano qualche canzone in inglese che io conoscevo mentre loro cantavano melense canzoni vietnamite. Sono tutti talmente ospitali ed amichevoli, mi sento a casa, ma devo tornare. Ho promesso di riportare la moto alle 4, saluto tutti, grandi abbracci ed addii. In sella alla moto e ritorno.

Sono le 6 di domenica mattina a Sapa, il sabato sera si e' spento da poche ore lasciando dietro di se' un sacco di sporcizia. Io ero molto "stanco" e sono andato a dormire presto. Sin dal mattino gli Xe On stressano i turisti offrendo passaggi a pagamento sulle moto. Aspetto l'autobus per Dien Bien Phu, in Vietnam, a circa 200 o 300 km di distanza, da dove potro' attraversare la frontiera per il Laos. L'autobus locale e' un minibus da 18 posti, prenderlo e' un impresa. L'impiegato dell'ufficio del turismo mi accompagna in moto davanti a casa sua, a pochi Km di distanza dal centro della citta', dicendomi che forse li' si puo' riuscire a prendere l'autobus. E mi offre una tazza di the verde. In asia non esistono le fermate degli autobus, basta mettersi in un qualsiasi punto della strada che l'autobus percorre, scossare la mano e salire. Salgo su l'autobus stipato di gente e bagagli, un paio di posti strettissimi sul fondo sono ancora liberi, cerco di procedere verso il fondo scavalcando persone mezze addormentate. Ho pensato che l'autobus era veramente pieno. Ma mi sbagliavo, era solo l'inizio. Sono l'unico occidentale, ma poco dopo l'autobus si ferma e comincia a caricare turisti. Altra gente? Dove la mettiamo? Un rapido passamano muove tutti i bagagli sul tetto, ci stringiamo. Siamo pronti per partire. Stringo amicizia con Domique, un ragazzo di londra, con Antuan e Alex, due folli ragazzi francesi, mentre l'autobus si interpica lento sulle tortuose strade di montagna. Il Vietnam e' un paese in movimento, nel senso letterale del termine. L'acqua lavora la montagna, le frane sono all'ordine del giorno. Ogni 30 minuti l'autobus si deve fermare per aspettare che le ruspe liberino la strada dalla roccia e dalla terra franata di recente, alle volte la strada e' asfaltata, alle volte e' di terra battuta. Scendiamo ad aiutare un autobus che e' bloccato tra le roccie. E continuiamo a caricare gente. All'apice della giornata siamo in 36, 2 o 3 persone per ogni posto, con i bambini infilati negli interstizi, il viaggio e' lungo e movimentato, bambini ed adulti (nove, per l'esattezza) cominciano a vomitare in dei sacchetti di plastica che vengono prontamente buttati dal finestrino. Ci fermiamo spesso perche' la strada e' bloccata, e per via della calca di gente per uscire dall'autobus ci vuole un sacco di tempo, per fare prima mi abituo ad entrare ed uscire dal finestrino. L'ora stimata di arrivo a destinazione sono le 4, arriviamo alle 6 e mezzo. Un inferno. Alla fine di una giornata cosi' provante siamo tutti diventati amici. Sono io, 2 ragazzi americani, i 2 francesi, il ragazzo di londra, 2 ragazzi di Barcellona. Divido la stanza con Dominique, l'indomani l'autobus per il Laos parte alle 5.30. Dopo una giornata cosi' stressante ci concediamo una cena a base di tofu, involtini primavera. Beviamo Bia Hoi, l'ottima ed economica birra sfusa venduta dentro le bottiglie di plastica. E poi a letto. Il grosso errore di addormentarmi sotto il ventilatore acceso, errore che mi costera' nei 3 giorni successivi un grosso raffreddore. La stanza e' abbastanza carina, ma lucine rosse e foto erotiche appese alle pareti suggeriscono l'idea che ci troviamo in un love hotel. Cerchiamo di ingorare questa idea e ci concendiamo il sonno meritato.

Il il lunedi' mattina sveglia alle 4.50, breve passeggiata fino alla vicina stazione degli autobus. L'autobus e' piu' grande di quello del giorno precedente, un 30 posti. Qualcuno mi dice che il viaggio sara' piu' confortevole, ma io non ho aspettative: siamo solo all'inizio. Tutti i western del giorno prima sono presenti all'appello, in piu' c'e' una copiosa famiglia di Monaco, padre, madre, la figlia 18enne, il figlio 15enne e 2 gemelli biondissimi 12enni, ma di loro parlero' piu' tardi. L'autobus mezzo vuoto parte puntale, e' ancora buio e siamo tutti assonnati. Sono pochi i km che dobbiamo percorrere nella giornata, circa 200, e tutti speriamo di arrivare presto per prendere una coincidenza verso una citta' piu' grande. Ma dopo 10 km l'autobus si ferma, il conducente ci sorride e ci dice che facciamo una sosta per la colazione. Usciamo un po' stupiti, non c'e' nessuna colazione, ma solo un negozio di scarpe. In realta' e' una sosta tecnica per caricare della merce nell'autobus. Dei ragazzi cominciano a caricare degli enormi sacchi di lana che arrivano a riempire tutto il corridoio fino all'altezza dello schienale, poi cominciano a caricare delle stoffe. Tutti rientriamo per la paura che di rimanere senza posto, l'autobus viene stipato, Le ultime 3 file vengono completamente riempite fino al soffitto di stoffe, tutti i posti vuoti vengono riempiti di stoffa, scatole vengono infilate sotto i sedili. La cosa e' assurda, passa un ora, un ora e mezzo, e continuano senza fermarsi a caricare merce, ad autobus pieno cominciano a caricare il soffitto. Noi siamo innervositi ma riusciamo a partire. Per la strada carichiamo altre persone che si siedono un po' ovunque in quello che ora non e' piu' un autobus, assomiglia piu' ad un ripostigio od ad un cassone di un camion. Io custodisco geloso il mio posticcino comodo, al mio fianco e' seduta una signora vietnamita vestita con abiti etnici. La frontiera dista solo 35 km, ma arriviamo solo dopo 3 ore. Scendiamo, cominciamo le procedure per uscire dal vietnam. Gli impiegati sono lenti, il cielo e' nuvoloso, non e' caldo. Risaliamo sull'autobus per attraversare i 6 km di terra di nessuno che ci separano dalla frontiera del laos. La strada all'inizio e' asfaltata ma dopo pochi chilometri diventa di terra battuta, stretta e sovrastata dagli alberi. Quasi nessuno degli occidentali ha il visto perche' si puo' comprare direttamente alla frontiera. La frontiera e' deserta, i veicoli che la passano in una giornata si contano sulle dita du una mano. I funzionari sono lenti, compilano i moduli scrivendo ogni singolo carattere con cura, poi se li passano di mano in mano per verifiche multiple. Il rilascio di 15 visti richiede 2 ore, il pagamento di 30 dollari per il visto, 1 dollaro per il rilascio del visto e 30 centesimi di dollaro per il timbro sul visto. Rido sotto i baffi pensando all'Italia. Ci reincastriamo dentro l'autobus, come dei pezzi di un puzzle, io ormai entro ed esco solo dal finestrino. Alla frontiera troviamo 8 portoghesi smarriti, avevano noleggiato una macchina con autista, che pero' se l'e' defilata ed ora si trovano nel mezzo del nulla. Carichiamo anche loro. Piu' che carichiamo li pigiamo... Ripartiamo, la strada e' stretta e non asfaltata, piu' che strada la definirei pista di fango. Ci fermiamo in un villaggio per pranzo, non c'e' traccia di industrializzazione. Vendono tutto, ma e' tutto artigianale, le patatine fritte nel sacchetto sono fatte in casa. Mangio una noodle soup, e' buona, il viaggio riprende. L'autobus attraversa vari fiumi, alti fino ad un metro, ogni volta tremiamo ma il viaggio continua. Nel pomeriggio la condizione della strada peggiora, piu' volte l'autobus rimane piantato nel fango e siamo costretti ad uscire per alleggerirlo, una volta lo trainiamo con una corda. Mano a mano che procediamo la condizione della strada peggiora, fino a quando l'autista, per cercare di uscire dalla situazione, non brucia la frizione. Fine dei giochi. Ci fa cenno di camminare, mancano 8 km alla destinazione, in realta' scopriremo che sono 20. Io non voglio lasciare il mio bagaglio legato sul tetto e rimango con alcuni nell'autobus, speransozo che il lavoro dell'autista serva a qualcosa. Passano le ore, arriva un meccanico, passano altre ore. Il motore dell'autobus e' al suolo, sta per arrivare la pioggia, ci chiudiamo tutti nell'autobus. Finita la pioggia i lavoro riprende, io ho fame e sete, non ho niente con me. Il buio arriva, l'attesa e' lunga, il meccanico con un machete taglia alcuni pezzi di legno per sostituire il tubo che regge la frizione. Sono le 9 ed il motore e' completamente per terra. Illuminiamo con le torce per aiutare, alcuni dormono dentro l'autobus. Partite di chiacchiere, l'umore aumenta parecchio quando il papa' tedesco tira fuori latte condensato per tutti e divide un po' di frutta. Sono le 10, si sente un rumore, lontano. Un veicolo si avvicina lento. E' una cammionetta, e' la nostra squadra di recupero, organizzata dai ragazzi portoghesi. Carichiamo tutte le valige e ce la svignamo, grandi abbracci, grandi saluti. Arriviamo che il traghetto per attraversare il fiume e' gia chiuso, paghiamo un sacco di dollars per attraversare. Abbiamo solo 5 stanze, dormo per terra, divido la stanza con il mio amico di Londra e un pezzo della famiglia dei tedeschi. Morale della favola? Non saliro' mai piu' su un autobus senza cibo ed acqua per 3 giorni!

L'indomani all'alba ci svegliamo, io vorrei andare verso nord, ma non ho soldi locali, non ho una mappa, non so niente. Seguo il branco in direzione Luangprabang. Un autobus. Un altro autobus. Il Laos e' bello. E' bellissimo. Mi commuove.
Centinaia di chilometri di natura incontaminata, piccoli villaggi con capanne di legno perfettamente innestati nella natura, un senso dell'estetica, dell'ordine, della pulizia che non ho trovato ne in Vietnam ne in Thailandia, una vera sorpresa. Il viaggio di oggi e' tranquillo, nessun problema, ci annoiamo, un po' dormo, un po' chiacchiero con Dominique. Ogni volta che l'autobus passa in un villaggio ho la tentazione di scendere. Arriviamo a Luangprabang che e' sera. Un tuc tuc ci lascia in mezzo ad un mercato per turisti. In giro si vedono solo occidentali. Dopo 3 giorni di viaggio in mezzo ai villaggi la cosa mi schifa, mi sembra finta. Cechiamo un alloggio economico, divido la stanza con Dominique. Ci sono anche gli spagnoli ed i francesi. Abbiamo una bella terrazza coperta con stuoie di bambu' e amache. Il posto e' bellissimo, io mi son beccato un bel raffreddore, mentre gli altri escono per prendersi una meritata birra io mi vado a letto perche' non sto bene.
Oggi e' il 5nto giorno che sono in questa citta'. Luangprabang e' patrimonio dell'unesco per l'umanita'. Quando sono arrivato l'ho odiata, ma ora... Sono innamorato di questo posto. E' una vecchia colonia francese, costruita nel punto d'incontro da il Nam Ho ed il Mekong (due fiumi enormi). Non sono bravo nelle spiegazioni, non saprei comunicare esattamente la sensazione che mi da questo posto, ma dopo il vietnam sembra di arrivare in paradiso. La gente cammina, non c'e' traffico, gli edifici sono vecchi, la maggior parte in legno, dal gusto ottocentesco. I colori sono piu' belli che da noi, l'aria e' pulita, attorno alla citta' c'e' solo giungla per centinaia di chilometri. Piove spesso, le pioggie sono abbondanti, la citta' e' pulita, lavata. Presto arriva il sole. Il clima e' mite. Nella citta' vecchia ci sono turisti e monaci, e' pieno di templi. La notte, alle 11 tutto si spegne, c'e' il coprifuoco, camminare solo per le strade deserte, con il sottofondo degli insetti. Mi ha commosso, la sensazione che ho provato e' come quella di ritrovare un posto perduto da tempo e ritornare indietro nel tempo, nell'infanzia.

Ho passato dei giorni splendidi, in compagnia di persone fantastiche. Oggi sono partiti tutti e sono rimasto solo. Sono in un internet point che aspetto di andare, gli altri sono andati a sud, io torno a nord. Voglio uscire dai percorsi turistici, voglio immergermi nel vero Laos. Mi infilo in un autobus locale per le prossime 17 ore e spero di arrivare a Phongsali, nell'estremo nord, vicino alla Cina ed alla Birmania. Mi aspetto di trovare una natura ed una popolazione non contaminata dal turismo, fortemente influenzata dalla cultura cinese, ma non credo che sopravvivero' al viaggio.

5 commenti:

  1. ciao Nì.. non dirlo manco per scherzo che non sopravviverai al viaggio...
    E' bello leggerti, sembra di essere lì.. ma senza la fatica
    un abbraccio mam

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  2. ciao nic!!
    sono in smonto da notte non ho voglia di leggere, ma ti stavo pensando in sella allo scooter.....buon proseguimento!
    ciaoooooooo
    silvia

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  3. ciao nic,
    sono le 4 di mattina Domenica, mi hai fatto sognare! Goditi ogni singolo momento
    Valentina

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  4. Ciao pino!
    che invidia!vorrei essere lì con te(anche contro la tua volontà).
    Continua ad aggiornarci, e a presto.
    ari fli gio

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  5. Ciao Nicola!
    bello leggere il tuo viaggio (la soffiata me l'ha fatta la klo)...Viaggio con la V maiuscolissima!
    Aspetto tue nuove, per respirare un pò del tuo viaggio
    baci
    debbina

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